L’angolo di Nedo il livornese: carrozzine e carrozzelle volanti

Ore 23,10. Sono stato a cena da amici, cammino lungo il marciapiede che da Piazza Magenta porta in Corso Amedeo. Due bidoni della spazzatura stracolmi mi salutano con il loro portellone semiaperto, buste della spesa piene di avanzi, bottiglie, cartacce e chi più ne ha più ne metta.

Mi vengono subito alla mente gli sprechi della nostra società “moderna”, di quanti rifiuti gettati via e che, se messi tutti insieme potrebbero sfamare mezzo mondo. E poi materassi, sedie, bidet, pezzi di cucina… uno schifo a vedere questo scempio. E pensare che basterebbe una telefonata e se ti devi disfare di qualcosa te la portano via gratis. E a proposito di marciapiedi sbarrati dalle ormai inutili cianfrusaglie e pezzi di arredamento che hanno fatto il loro tempo, mi accorgo che quello sul quale “teoricamente” dovrei camminare, è occupato. Occupato, sì, ma non da un gruppo di persone che si sono fermate a parlare, bensì da una lunga e interminabile fila di automobili parcheggiate. Due ruote sulla strada, le altre due sul marciapiede. Tra la fiancata e il muro delle case… più o meno trenta centimetri di spazio per infilarcisi dentro. Sbuffo, contrariato. Continuo a camminare lungo la strada, ben attento alle macchine che passano e che potrebbero involontariamente mettermi sotto.
Esce una giovane coppia da un portone. Lei trascina una carrozzina, con un bambino che dorme beatamente; lui le fa cenno di passare di qua, poi di là, ma non c’è modo di camminare sul marciapiede, e allora anche loro sono costretti a camminare sulla strada. Non dicono niente, non si lamentano. Pochi metri e si fermano, lui prende le chiavi della macchina e apre lo sportello. La sua auto è parcheggiata con due ruote sul marciapiede e le altre due sulla strada. Ecco perché non si lamentavano. Vorrei dire loro qualcosa, poi, per rispetto a quel piccolo innocente che dorme come un angioletto, ci rinuncio. Ma almeno un’occhiataccia, a quell’uomo, gliela lancio. Ma lui sembra non recepire, non accetta la sfida.
In senso contrario al mio scorgo qualcuno che spinge in avanti una carrozzella. È un uomo sulla cinquantina, robusto, forte. Sulla carrozzella siede un giovane che avrà trent’anni o poco più. Lo sento inveire contro qualcuno o qualcosa, ci veniamo incontro, ormai siamo a pochi metri. Mi rendo conto che anche lui ce l’ha con le macchine che occupano lo spazio destinato ai pedoni. Mi chiedo perché non attraversi la strada per raggiungere il marciapiedi di fronte, ma un’occhiata veloce mi fa vedere la scena: non c’è possibilità di raggiungerlo. Le auto, parcheggiate normalmente in fila, non hanno uno spazio sufficiente per passare tra una e l’altra, e dove potrebbe esserci un varco, gli scooter, a decine, si stringono tra loro come a formare una barriera insormontabile.
Faccio scattare il pulsante di accensione del mio registratore: questo è un buon momento per chiedere a quel giovane la sua opinione su questa sosta selvaggia e pericolosa.
«È un bel problema, eh?» dico io indicando le macchine odiosamente immobili e arroganti nella loro notturna staticità.
«Lo vede? Quasi tutte le sere faccio questa strada, e il mio amico deve stare attento a non farci arrotare!»
Lo dico per chi non è livornese: il verbo arrotare non è, in questo caso, ciò che serve per ridare un buon taglio a un coltello o a un paio di forbici, bensì mettere sotto qualcuno, investirlo. Meglio essere precisi.
«Senta… posso farle qualche domanda a proposito di questi parcheggi? Sa… io intervisto i livornesi e tutti hanno il diritto di dire la loro, lamentarsi, insomma… denunciare almeno verbalmente ciò che non funziona nella nostra città!»
«Ma più che volentieri!» risponde il giovane che, nonostante le sue condizioni, sembra un tipo molto sveglio.
«Grazie. Però… sarà meglio spostarci un pochino… ecco… mettiamoci qui…» dico io. Trovo l’unico punto libero, dove c’è un passo carrabile. «Mi dica quello che vuole, si lamenti pure mentre registro. Come si chiama, lei? Io sono Nedo.»
«Io mi chiamo Fortunato, ma da quando sono andato a sbattere dieci anni fa con lo scooter addosso a un albero, ce l’ho con mio padre e mia madre che mi hanno rifilato questo nome!»
«Capisco…» faccio io, sinceramente dispiaciuto per vedere un giovane come lui relegato su una sedia a rotelle.
«Eh… ma tanto ormai non ci si può fare niente! Sono costretto a farmi spingere da Claudio, lui, il mio amico, e se non avessi lui…»
«Dai! ‘un esagerà! Sennò cosa ci stanno a fa’ gli amici!» risponde pronto Claudio.
«Dunque, caro Nedo… quasi tutte le sere faccio questa strada, e Claudio mi accompagna. Un problema! Sui marciapiedi non si passa, sono tutti occupati dalle macchine! E allora eccoci qui… costretti a camminare in mezzo alla strada! Ma lo sa che una volta un furgoncino per poco non ci ammazza a tutti e due? Lo specchietto laterale ha beccato Claudio in fronte, e quell’idiota che guidava non si è neanche fermato! Te lo ricordi, Claudio? Eh?»
«Me lo ri’ordo eccome! Quattro punti qui, proprio qui sulla fronte!»
Mi rendo conto che tutto ciò è, oltre che incivile, pericoloso, e i quattro punti sulla fronte di Claudio ne sono una concreta dimostrazione.
«Cosa si potrebbe fare?» chiedo.
«Io una soluzione ce l’avrei!» risponde convinto Fortunato.
«Ah… bene! Mi dica…»
«Bisognerebbe che il Comune ci munisse di piccoli motori a reazione, così possiamo volare a tre metri d’altezza e non ci si pensa più! E così non romperemmo le scatole a nessuno!»
In effetti l’idea sarebbe buona, ma decisamente poco realizzabile. Claudio intanto si fa una bella risata.
«E anche le mamme con le carrozzine dovrebbero avere un motore in dotazione!» continua Fortunato, «Anche loro a volte fanno i salti mortali per portare in giro i loro figlioli! Non è mica un problema che riguarda solo noi in carrozzella!»
«Ha ragione. Sa qual è il problema? È che ci sono troppe macchine e pochi parcheggi…»
«Lo so, caro Nedo. Ma a me, scusi, che me ne importa? Non è un problema mio se continuano a voler vendere le macchine a tutti i costi e poi non pensano a dove dovrebbero metterle chi le compra!»
«Certo, ha ragione.»
«Siamo in un Paese incivile, questa è la verità. Non c’è rispetto per il prossimo. È banale dirlo, ma è la verità. La gente pensa che alle undici di sera siamo tutti a letto, e quindi parcheggiano le loro auto sui marciapiedi, sulle strisce pedonali, tanto fino all’indomani i vigili non vengono e quindi…»
«Ci vorrebbero i vigili notturni!» dice Claudio.
«Eh, sì! I vigili, quando li cerchi, non li vedi neanche di giorno, figuriamoci di notte!» risponde subito Fortunato, «Magari fanno una multa perché quello ha parcheggiato in Piazza Magenta, ha pagato il ticket ed è andato a riprenderla con cinque minuti di ritardo! Ma dov’era quel vigile? Sull’albero?»
Mi sento impotente, non so che dire, che fare, come reagire, che domande porre. Il fatto è che le nostre sono parole a vuoto, è un po’ come sparare nell’acqua, o correre su un pavimento cosparso d’olio, o peggio ancora mi viene in mente quando ci si sogna di essere in una situazione di pericolo, cerchi di sfuggire al pericolo scappando, ma il tuo corpo sembra non reagire, e allora, invece di correre a gambe levate, cammini soltanto, i movimenti sono al rallenty, ti assale un senso di angoscia e di debolezza.
Fortunato mi guarda in attesa di altre domande.
«Fortunato… non so cosa dire…» faccio io, amareggiato e dando uno sguardo intorno.
«Lo so. È una sensazione strana, e lei è una persona sensibile che capisce la gente come noi, che cerca di farsi sentire e nessuno l’ascolta. Il progresso… siamo nel terzo millennio… si va su Marte… le cellule staminali… il cancro sta per essere debellato… tecnologia alle stelle… treni a trecento all’ora… e poi siamo ancora qui a smoccolare perché le macchine ti tolgono gli spazi per poter andare tranquillamente in giro. Vede su quell’altro marciapiede? Potrei andare lì, no? E invece no! Perché le biciclette, tutte appoggiate al muro, una sull’altra, ingombrano, e con la carrozzella non ci passo lo stesso!»
Annuisco, ma non dico una parola.
«Caro Nedo, non so le sue interviste dove andranno a finire…»
«Su un giornale on line… 57100livorno…»
«Ecco… bene. E allora speriamo che queste cose le legga il Sindaco.»
«Il Sindaco?» dice Claudio sbottando di nuovo a ridere, «Allora sì che siamo a posto! Cosa vuoi che gliene freghi al Sindaco! I politici, tutti, c’hanno da fa’ artre ‘ose! Ti pare che si preoccupano di te o di ‘uelli come te!»
«Comunque è sempre meglio parlare che stare zitti» continua Fortunato, «Magari non succederà nulla ora, magari tra cinquant’anni, ma diciamole le cose, urliamo, facciamoci sentire, e mettiamola bene in vista questa democrazia che se non ce la coccoliamo morirà nel giro di una stagione!»
Mi salutano, mi sorridono e mi ringraziano.
Io spengo il registratore, totalmente rattristato da quell’incontro, mi avvio verso casa camminando sul marciapiede libero, quello dove sono parcheggiate le biciclette. Ogni tanto devo stare attento a non prendermi un pedale su uno stinco.
Vorrei avere un motore a reazione anch’io, e volare fino a casa.
Nedo

 

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