Nedo il livornese e i ricordi di una giovane novantenne

  • Pubblicato: Mercoledì, 13 Giugno 2018 12:36
  • Scritto da Nedo

È domenica, e sicuramente una buona parte dei cittadini si è riversata nei luoghi di mare che più amano per prendere il sole e farsi una nuotata. Cammino lungo la via Grande, alla ricerca di qualche idea, cogliere l’occasione per chiedere, accompagnato dal mio immancabile e minuscolo registratore digitale, qualcosa ai miei concittadini.

C’è un bar sull’angolo, alcuni tavoli all’esterno con degli ombrelloni aperti, ma c’è solo un’anziana signora seduta che sorseggia una tazza di tè. Rallento il passo, mi soffermo a guardare quella donna vestita in modo sobrio, i capelli completamente bianchi raccolti in una coda alta e poi arrotolata in un ben fatto chignon, lo sguardo lontano, i movimenti fieri ed eleganti. Ne ha molti di anni, lo vedo, ma la sua raffinatezza la fa sembrare molto più giovane.
Mi siedo al tavolo accanto, ordino un caffè alla ragazza del bar e penso cosa potrei chiederle. La signora si sente osservata, mi guarda, ma mi sorride e i suoi occhi raccontano storie come se fossero acqua perenne di una sorgente di montagna. Prendo l’iniziativa e le dò il buongiorno, lei mi risponde senza diffidenza. Ci vuole poco per attaccare discorso e scopro tante cose. Lei si chiama Matilde, livornese, e fra una settimana compirà novantun’anni. Nata nel 1919, quando la Grande Guerra era appena terminata e l’Italia si credeva potente (o forse lo era davvero), quando Livorno era diversa, totalmente diversa, almeno fino a quando l’altra terribile guerra mondiale non la rase quasi al suolo cancellandone l’identità.
Voglio sapere come si stava allora, quando lei era una ragazza, cosa ha visto di bello nella sua Livorno e quali i cambiamenti più drastici. È disponibile Matilde, anzi, addirittura contenta di parlare con qualcuno che non considera i vecchi come qualcosa da mettere da una parte ma da rispettare, da cui poter prendere, rubare esperienze, ascoltare e imparare.
Mi presento, le dico chi sono, che mi chiamo Nedo e che spesso raccolgo la voce della gente per conoscere meglio la nostra città e aiutarla in qualche modo. Matilde sorride di nuovo, mi risponde che è ben felice di rispondere alle mie domande. Ma quasi non c’è bisogno di chiederle niente: è lei stessa a raccontare, e io la lascio a briglie sciolte.
Comincia con il dirmi che i suoi genitori le avevano raccontato più volte quando il 24 maggio 1915 l’Italia entrò in guerra, e che suo padre era un’antinterventista, cioè uno di quelli che vedevano nella guerra solo lutti e distruzione, al contrario degli interventisti che erano convinti che quella guerra avrebbe portato espansione economica al Paese. La conclusione fu la vittoria, ma la situazione economica dell’Italia non migliorò. C’era molta disoccupazione e i salari non erano sufficientemente alti per poter far vivere decentemente una famiglia. E proprio nell’anno in cui nacque Matilde, ci fu il biennio rosso, durante il quale vi furono decine di manifestazioni e scioperi. Nel 1920, durante le elezioni comunali, vinse il socialismo, e questo creò tensioni politiche, tanto che iniziarono a venir fuori le prime squadracce fasciste. Inevitabili i morti durante gli scontri tra fascisti e socialisti e comunisti.
Ed ecco che l’avvento del fascismo fa cambiare le cose. Molti oppositori del regime sono costretti a fuggire, e coloro che rimangono sono spesso alla mercé delle retate della Polizia fascista.
Ma i livornesi, anche nelle disgrazie più dolorose, trovano anche il tempo per divertirsi, e infatti in quel periodo erano iniziate le corse automobilistiche sul circuito di Montenero, e la squadra di calcio del Livorno dava ottimi risultati. Matilde si ricorda bene quando nel 1935 il Livorno ebbe il suo vero stadio, quello che oggi si chiama “Stadio Armando Picchi”.
Matilde è un fiume di parole: ha capito che io non la interrompo e può dire ciò che vuole e spaziare nel tempo a suo piacimento. Mi dice che intorno al 1926 i livornesi più poveri erano letteralmente ammassati nella zona che veniva chiamata “la città”, cioè la zona all’interno dei canali, dei fossi. Fu allora, tra quell’anno e il 1935 che il Comune decise di risanare la zona, impresa già iniziata nei primi del Novecento.
Molti edifici caddero, soprattutto quelli di Via Cairoli, di Via San Francesco e di Via S. Giulia. Fu innalzato il Palazzo delle Poste e, al posto dell’ospedale di S. Antonio, sorse il Palazzo del Governo.
“Signora Matilde… la devo interrompere… i lettori di 57100livorno.it non hanno il tempo per poter leggere ancora…”
“Va bene, signor Nedo… ma mi prometta che uno di questi giorni potrò finire di raccontarle ciò che ho visto nella mia vita…”
Glielo prometto.

Nedo

 

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