Nedo il livornese incontra di nuovo la simpatica novantenne e i suoi pezzi di storia

Avevo promesso alla signora Matilde, la simpatica novantenne incontrata in un bar nei pressi di Via Grande, che avrei continuato ad ascoltare la sua storia, così oggi mi avvio verso quel bar, sperando di vederla. È lì, la signora Matilde, classe 1919, seduta al solito tavolo e alla solita sedia. Sorseggia un cappuccino, con lo sguardo lontano, forse immersa in chissà quali pensieri.

“Buongiorno signora Matilde…”
Mi vede, mi riconosce e mi sorride invitandomi a sedere accanto a lei. Mi dice che è contenta di rivedermi e che non sperava che sarei tornato ad ascoltare ancora un po’ del suo passato. Io le rispondo che avevo fatto una promessa e che era raro incontrare persone così gentili e disponibili come lei. Convenevoli, ma sinceri, senza ipocrisie. E riprende il suo racconto, che si era interrotto intorno al 1935. Nel 1938 conobbe l’uomo che sarebbe diventato suo marito, ma la guerra, quella mondiale, era già alla porte. Ma prima di addentrarsi in questo terribile periodo storico, Matilde mi dice di quando, dopo che il porto fu ampliato verso Nord, fu costruita la raffineria dell’ANIC, che i livornesi, anche oggi che non ha più questo nome, chiamano lo STANIC. La raffineria riuscì a dare lavoro a parecchi cittadini, molti dei quali alloggiarono poi nelle case popolari appositamente costruite per buona parte degli operai. Non è, per chi arriva da Nord percorrendo l’Aurelia, un gran bello spettacolo vedere tutte quelle torri metalliche e quei grossi contenitori cilindrici, ma soprattutto infastidisce il caratteristico “odore” che aleggia tutt’intorno alla zona. Ma tant’è: il progresso ha anche i suoi lati negativi.

Eccoci dunque nel 1938, e Matilde mi confessa subito di essere stata fortunata a non nascere ebrea, che gli italiani allora, imitando i tedeschi, avevano iniziato le persecuzioni razziali contro di loro e che le si stringeva il cuore quando vedeva portare via tutta quella gente innocente, o almeno “colpevole” di essere cittadini di religione ebraica. Si rammenta di aver visto molti dei suoi amici sparire per poi non tornare mai più, deportati in qualche campo di sterminio, forse ad Auschwitz o a Dachau. E Livorno, a quel tempo, era una delle comunità ebraiche più numerose del Paese, con i suoi 2300 membri.
Fino a 1943 le leggi razziali per i livornesi erano solo un pezzo di carta firmata da un dittatore italiano e uno tedesco, che forse, le parole scritte in esso, erano solo parole. Perciò gli ebrei continuarono la loro vita senza dare troppo peso a queste assurde leggi. Ma quando in quell’anno iniziarono le vere e proprie deportazioni, allora tutti si resero conto che quelle parole scritte erano diventate una realtà amara, inconcepibile, partorite solo da menti malate.
Fu così che gli ebrei livornesi fuggirono letteralmente dalla città, rifugiandosi nelle campagne, aiutati da amici coraggiosi, che fossero ebrei oppure di altra religione. Atti di solidarietà che ancora oggi, questo popolo perseguitato, ricordano. E quei dieci milioni di uomini, donne e bambini rimasti vittime della crudeltà umana, rimarranno sempre nelle nostre menti, e le nostre menti non dovranno mai dimenticare, e neanche i nostri figli né i nipoti dei nostri nipoti. Affinché non si ripeta mai un simile assurdo sterminio.
Se fino all’inizio della Seconda Guerra Mondiale Livorno era una delle città più floride e più belle del Mediterraneo, dove i turisti venivano volentieri a respirare il salmastro e a godere dei nostri stabilimenti balneari, subito dopo il conflitto si trasformò quasi in una città fantasma. Se fino ad allora Livorno era conosciuta come un bel centro balneare, la sua fama cambiò identità: fu famosa per le distruzioni e i bombardamenti che le inflissero gli americani e i tedeschi poi.
Fu naturalmente preso di mira il porto, e poi la città vecchia, riducendo gran parte delle zone in cumuli di macerie. I mesi tra il maggio del 1943 e il giugno del 1944 Livorno era continuamente bombardata, e Matilde mi racconta che fu costretta, insieme al marito e a molti altri, a sfollare nei paesini vicini alla città, per evitare di morire sotto le bombe sganciate dai bombardieri americani o uccisi dai reparti di fanteria tedeschi che uccidevano e distruggevano tutto durante la loro ritirata.
Finalmente, mi dice Matilde con gli occhi lucidi, ma, da donna forte qual è, senza versare una lacrima, il 19 luglio del 1944 Livorno viene liberata, e gli americani fanno il loro ingresso da vincitori e da liberatori dal sistema nazi-fascista.
Ma la guerra non era ancora finita, nel Nord Italia si combatteva ancora, e gli americani, che avevano bisogno di un appoggio sulla costa, rimisero in funzione il porto. Con le navi arrivavano sia viveri che materiali di guerra, e il tutto veniva poi scaricato in dei magazzini a Tombolo.
In quel periodo la fame era molta, per quasi tutti, e quando si venne a sapere che in quei magazzini c’era ogni bendiddio, non furono rari i furti di materiali che poi venivano rivenduti al mercato nero.
Fu così che nacque il famoso mercatino americano di Piazza XX Settembre, che adesso è stato spostato a pochi passi dalla Fortezza Vecchia.
Arrivederci signora Matilde… e grazie.

 

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