Livorno in musica ieri e oggi: Carlo Cavallini

  • Pubblicato: Sabato, 02 Gennaio 2016 10:36
  • Scritto da Massimo Volpi

Intervista a un batterista livornese per "Livorno in musica ieri e oggi": Carlo Cavallini.

 

 

D: Il tuo strumento è la batteria... è lei che ha scelto te o viceversa?

R: Da piccolo seguivo mio padre che partecipava in giro per l’Italia, a mostre estemporanee e quando si arrivava alla fine dei concorso, la consegna dei premi era quasi sempre associata ad una serata danzante.

Ero piccolo e le orchestre di quei tempi suonavano dal vivo… non si usavano basi midi o computer… Io non avevo ancora 10 anni, ma durante quelle serate mi sedevo dietro al batterista e lì restavo per tutta la sera.

Quello strumento mi affascinava in un modo incredibile… certe volte riuscivo anche a toccarlo, magari mentre le varie orchestre stavano piazzando gli strumenti oppure a fine serata… e non capivo il perché tutti mi dicessero “non toccarlo perché si rompe!”. Ma come! Si sarebbe rotto al tocco di un bimbo di pochi anni e non si rompeva sotto le bordate serali dei vari batteristi? Già a quell’epoca c’era qualcosa che non mi tornava. Comunque fu amore a prima vista e contraccambiato pienamente. 

D: Cavallini, artisticamente parlando, è un cognome importante. Molto conosciuto a Livorno... fare il musicista è stata una tappa obbligata?

R: Non credo, mio padre non ci ha mai indirizzati o “consigliati”, tutte le scelte fatte erano frutto di mie convinzioni e la musica era sicuramente in pole position. Solo in una cosa ci ha condizionati o ha almeno tentato di farlo, ci ha tenuti lontani dalla pittura come scelta di vita… diceva che bastava la sua di sofferenza. Con me ha sfondato una porta aperta, visto che non ho mai saputo nemmeno disegnare. Mio fratello, pur essendo veramente bravo nel disegno, ha dovuto scegliere tre strade… diciamo più pratiche, e mia madre invece per lungo tempo ha dipinto di nascosto.

D: Hai suonato il rock, il prog, il jazz... tutti amati ugualmente?

R: Mi sono sempre divertito a suonare, sono convinto che per la buona riuscita di una serata il genere alla fine conti relativamente…. ti devi sentire a tuo agio con i musicisti con cui suoni, è il gioco di squadra che conta, bisogna essere leggeri, modesti e spesso prendersi meno sul serio. Comunque la musica che sento più mia è il Jazz, ma anche il Prog, due tipi di musica che potrebbero risultare contrapposti a livello sonoro, il jazz diretto, scarno, il prog invece carico di suoni, atmosfere. Nel mio iPod convivono tranquillamente John Coltrane e il Banco del Mutuo Soccorso.

D: Suonare la batteria è faticoso, un batterista durante un concerto perde molti liquidi. Ti prepari in maniera particolare o lasci che tutto accada?

R: In certi contesti è più una fatica mentale, nervosa che fisica, ho avuto occasione di assistere a concerti di più di due ore con grandi batteristi che dopo aver dato l’anima per tutto quel tempo, sono scesi dal palco senza una goccia di sudore. Io duravo molta più fatica prima… ci sono dei motivi anche semplici dietro a questa cosa. Io ho smesso di fumare, e quando suono duro meno fatica, in definitiva è la stessa cosa che mi capita quando faccio 4 piani di scale… fino a un po’ di tempo fa tra il secondo e terzo piano facevo il pit stop, adesso vado spedito fino all’uscio di casa.

D: La tua carriera si intreccia con quella di altri grandi musicisti livornesi. Chi ricordi in particolare?

R: Questa è una domanda impegnativa. Io ho avuto la fortuna di suonare con tanti musicisti livornesi, tutti di grande livello e con caratteristiche diverse l’uno dall’altro. Dovrei fare un sacco di nomi, ne farò due o tre che mi vengono di getto, che ricordano tappe importanti della mia vita da musicista. Mauro Grossi con cui ho iniziato a suonare Jazz alla fine degli anni ’70: gran parte dell’amore che provo per questa musica lo devo a lui. Giangi Debolini è quello che mi ha fatto capire che suonare la batteria non è un gioco. Hammer Group, il gruppo del cuore, composto solo da amici veri sui quali sai di poter sempre contare, un gruppo che è riuscito ad unire musica e vita.

D: Musicista a Livorno... che rapporto hai con la tua città?

R: Livorno fino a poco tempo fa era considerata la città dei pittori, adesso è anche la città dei musicisti. Amo Livorno come la amava mio padre, ma è una città con dei problemi che poi alla fine si riflettono anche sulla sua vita artistica. Siamo alle solite… non voglio buttarla sulla politica, anche perché la nuova amministrazione è troppo poco tempo che lavora sul territorio, ma almeno fino a poco tempo fa… troppi amici di quello o di quell’altro assessore… troppe facce che sono sempre le stesse, che continuo a vedere anche oggi.

D: Qual è stata la più grande soddisfazione nel corso della tua carriera?

R: Essendo uno che si accontenta, ne ho avute tante, ma visto il contesto e l’età che avevo, una grande soddisfazione sicuramente fu il periodo delle Drum Battle con Tullio De Piscopo. Io ero un ragazzo di 25 anni che da poco si era affacciato al jazz e lui invece era già considerato un grande batterista. Mi ricordo che le uniche prove che si fecero furono fatte al telefono, e quelle finali durante la cena al ristorante. Ma tanto c’era lui che sicuramente anche in caso di mie difficoltà c’avrebbe messo una toppa. E così fu. Altra bella esperienza fu suonare con un grande del jazz mondiale, Kenny Wheeler, al Millibar di Pisa. Quando me lo comunicarono pensai di aver capito male, invece tra i tanti batteristi che frequentavano il locale (unico locale jazz nel giro di 100 km) fui scelto proprio io, e andò anche bene perché Wheeler durante il concerto (unica prova il pomeriggio stesso) mi dette un sacco di spazio, dimostrando di fidarsi del sottoscritto.

D: Charlie Watts dei Rolling Stones ha detto che il culo che conosce meglio è quello di Mick Jagger perché sono 50 anni che se lo trova davanti sul palco. Qual è il tuo culo?

R: Il mio potrebbe essere quello di Riccardo Mazzoli trombettista degli Hammer Group, il gruppo più importante della mia vita, composto solo da amici veri su cui sai di poter sempre contare, un gruppo di stampo jazz rock fusion che davvero è riuscito nella fusione tra musica e vita, difficile da raccontare.

D: I batteristi che hanno influenzato il tuo stile e il tuo preferito in assoluto.

R: Il mio “stile” per fortuna è ancora in “divenire”, sono allo stesso punto di quando avevo 17 anni e mi innamoravo di un batterista e cercavo di capirne il modo di suonare. Grandi riferimenti in gioventù sono stati per il jazz MAX ROACH - ELVIN JONES - ART BLAKEY; in seguito: PETER ERSKINE - DAVE WECKL - STEVE GADD e sopra tutti: TONY WILLIAMS. Per altri tipi di musica ne dovrei citare troppi.

D: Se tu non fossi diventato un batterista che lavoro ti sarebbe piaciuto fare?

R: Se questa domanda mi fosse stata rivolta un paio di anni fa, avrei dovuto rispondere con una battuta, adesso invece posso dire che mi sarebbe piaciuto occuparmi più seriamente di grafica. Mi piace molto mettere mano alle immagini o addirittura crearne partendo da un foglio vuoto, mi diverto a fare locandine per le mie serate e spesso le faccio anche per gli amici… è sempre un’attività che richiede uno sforzo creativo.



  

  

 

  

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