Livorno in musica ieri e oggi: Beppe Cardile e i Samurai

D - La chitarra... la tua compagna... quando l'hai incontrata?
R - Ho incontrato la chitarra su una nave per Lipari. Avevo 10 anni e mi sono innamorato del suono. La suonava un ragazzo napoletano che adorava i Campanino, un gruppo di allora, e lui cantava benissimo. Poi un barbiere di Lipari mi ha fatto conoscere quella elettrica, una piastra di metallo sotto le corde di una chitarra classica: primitiva ma funzionale. Da allora non l'ho più lasciata.

 

Beppe Cardile e i Samurai

D - Tutto iniziò con I Samurai, gruppo importantissimo nel panorama musicale livornese e non solo... ma prima ci furono i 5 Diavoli...


R - I 5 Diavoli erano degli incoscienti, copiavamo tutti i grandi del rock di allora. E suonavamo discretamente. Il passo successivo furono i Samurai, cominciammo a fare arrangiamenti nostri e ottenemmo subito un grande successo locale. Poi ci chiamò Oliviero, il boss dei locali di allora, e ci fece suonare a Roma, al Capriccio e ai Ronchi, in Versilia. Da lì arrivammo a Cortina, al Sestrière e in una moltitudine di altri locali in posti molto belli. Ma che mazzo, ci facevamo...
D - Quali sono i tuoi ricordi del panorama musicale livornese di quegli anni? C'è qualche musicista livornese che ricordi particolarmente?
R - Il panorama livornese era scarso, a quei tempi, anche se c'erano molti tentativi: Maurizio Pracchia, i Jolly Pearls, Roberto Pacciardi con il suo Pat Boone e altri. Piero Giorgetti era con Carosone, strimpellava il basso ma cantava bene. Solo dopo arrivarono i più bravi e originali, Piero Ciampi fra tutti, che conobbi nel '65. Noi eravamo chiusi in casa di Giangi Debolini e provavamo dalla mattina alla sera, saltando spesso la scuola. Non uscivamo se non per tornare ognuno a casa propria. Giangi ospitava due musicisti americani di grande livello, George Joyner e Buster Smith, che ci insegnarono molto, soprattutto la perseveranza sugli strumenti. La loro frase era: If you don't study (o come cavolo si dice in inglese) you don't play...
D - E dopo l'esperienza Samurai la grande chance della partecipazione al Festival di Sanremo.
R - Mi staccai dai Samurai perché mi volle come solista Tony De Vita, che ci ascoltò al Boschetto di Varazze. Incisi con l'Italdisc e intanto lavoravo in un locale a Milano, dalle sette di sera alle otto di mattina, non stop, per tutti i nottambuli milanesi di allora. Conobbi tutti, in quel locale: Teocoli, Endrigo, Paoli, Tenco e tanti altri. Ma era faticosissimo. Mi ascoltarono i dirigenti della Durium e mi proposero un buon contratto. Da lì, Sanremo '65, con "L'amore è partito", una mia canzone che piacque molto al patron Gianni Ravera. Con altri colleghi fummo subito esclusi dalla finale (Lauzi, Zanicchi, Timi Yuro ecc.), ma ci restò l'esperienza. Poi un bel giorno mi chiamò la Patria e partii militare, scuola Allievi Ufficiali di Caserta: due anni di sottotenente a sorvegliare i confini friulani, non ti dico la pacchia... Un freddo cane. Ma Palmanova era deliziosa.
D - Poi esperienze con Valter Chiari, Iva Zanicchi, Tony Renis...
R - Nel '73 mi chiamò Walter Chiari, che conoscevo, mi fece formare un'orchestra di 9 elementi con 3 fiati e 3 belle e brave ragazze, e partimmo per una tournée teatrale che girò tutta l'Italia, da Torino a Palermo. Un'esperienza unica, Walter mi insegnò tutto quello che non sapevo, i tempi di scena, come stare sul palco, i generi musicali che piacevano e quelli che non piacevano al pubblico, e così via. Un grande maestro. E bravi Iva Zanicchi e Tony Renis, allora cantautore di successo, oggi grande impresario internazionale.
D - Ho saputo che scrivi anche romanzi polizieschi...
R - Scrivo romanzi di sapore paranormale e poliziesco. 10 gialli sono ambientati a Lipari e altri 10 ovunque, Milano, Firenze, Tunisia, ecc. Ogni estate vendo moltissimo ai turisti le imprese del mio Maresciallo Aragona, dei carabinieri di Lipari. Senza falsa modestia, apprezzano molto le descrizioni intriganti e il mio modo di scrivere. E poi mia moglie Maria, giornalista, se non dà l'assenso, un mio libro non va in stampa: deve leggerlo e revisionarlo lei. Quando mi da l'ok, allora procedo...
D - Oggi vivi tra la Sicilia e Milano... rimpianti?
R - Nessun rimpianto: a Milano, in Liguria e a Lipari ho inventato 20 locali di ogni genere per far divertire la gente con novità assolute. Il mio cabaret era sensazionale: Giobbe Covatta, Aldo Giovanni e Giacomo, Zuzzurro e Gaspare, Ceccherini, il mago Forest e Gianluca Guidi (figlio di Johnny Dorelli). Milano mi ha dato moltissimo, ma anch'io ho ricambiato alla grande. Lipari è un paradiso unico, vulcanico, pieno di gente strana, e viverci è il coronamento di un sogno. Dividermi fra queste città, una enorme e l'altra piccolissima, è davvero sensazionale. Il motto qui è: mollo tutto e vivo a Lipari, scritto perfino sulle t-shirt.
D - Suoni ancora o hai attaccato chitarra e voce al fatidico chiodo?
R - Compongo musiche di ogni genere, con i miei programmi che ho su 2 computer. Scrivo perfino musiche attualissime per discoteca, che sono in classifica in California e a Ibiza. Naturalmente sotto falso nome... La chitarra la suono poco, ma solo in privato. Non si può più, a una certa età: e io ho un'età certa. Quando mi chiedono quanti anni ho, rispondo che non ne ho quasi più...
D – Un’ultima domanda...vuoi salutare qualcuno attraverso il nostro giornale nella tua Livorno?
R - Sono stato a Livorno ai primi di marzo, per incontrare i cari vecchi Samurai e Duccio Arrighi, mio caro compagno d'infanzia. Perciò ho salutato tutti, e soprattutto la mia cara Livorno, che amo da morire. Non dimenticherò mai gli anni al Liceo Niccolini Guerrazzi, il 5 e 5 e le salite di Montenero e del Castellaccio, che facevo in bicicletta una volta al mese con la lingua di fuori.