Livorno in musica ieri e oggi: intervista a Roberto Guscelli dei Satelliti

  • Pubblicato: Domenica, 01 Maggio 2016 09:08
  • Scritto da Massimo Volpi

D. ­ La chitarra... un'amicizia che dura da anni. Quando è cominciata?

R. ­ L'amore per la chitarra nasce sui 14 anni ascoltando i dischi che arrivano dall'America. L'occasione di possederne una invece arriva grazie a mio zio Gino, che da buon falegname me ne costruisce addirittura una. 

E' con quella che assieme a Jimmy Rampello e Giovanni Barontini, amici vicini di casa, ci presentiamo ad un maestro di chitarra in via Garibaldi. E' il 1958, e grazie alla voglia di imparare velocemente, si comincia a costruire i primi accordi, i primi giri armonici e i primi giri di rock'n'roll. Dopo quella prima chitarra, ci sarà il buon Micaelli, il negozio di musica in piazza della Repubblica angolo via Bettarini dove comprerò la mia prima chitarra elettrica Hofner e un piccolo Binson come amplificatore.

 

D. ­ Il tuo primo complesso furono i Criker's...

R. ­Sì, il primo “complesso” (allora si chiamavano così) è quello dei Cricker's e luogo di prove è la cantina di casa mia in via Bengasi, rione stazione. La spinta a metterlo su comunque parte da me e Piero Baronti, compagni di classe all'Iti di piazza Due Giugno. Si lega subito, perché lui dà di matto per la batteria, quindi le nostre mattinate in classe non sono altro che un fantasticare su dischi e palcoscenici. Nel frattempo, oltre a me, a Piero, Giovanni e Jimmy, si è unito anche Gino Merli col suo sassofono, anche lui vicino di casa. Ci manca ancora una tastiera ma in attesa di trovarla, si passano ore in cantina. Finalmente troviamo un pianista. E' Maurizio Pelagatti e abita in via Baciocchi. Dopo alcuni mesi Gino abbandona il gruppo quindi la prima formazione ­che volevamo fare sull'impronta dei Champs­ diventa due chitarre, io e Jimmy, al basso Giovanni, alla batteria Piero e alle tastiere Maurizio. Maurizio e Jimmy lasciano il gruppo un anno dopo, e al loro posto entrano Franco Marcheschi e Roberto “Bob” Ghiozzi.

D.­ E poi vennero i Satelliti.

R. ­Sì, poi vennero i Satelliti, un incontro fortunato a Certaldo dove Ricky Gianco teneva un concerto in un teatro. La “sfortuna” a volte aiuta, poiché eravamo lì con l'impresario di Gianco solo per passare una serata spensierata, dopo che il nostro impresario era sparito portandosi via la cassa ­con i proventi di mesi di concerti­ lasciandoci senza un lira.

D. ­ I satelliti sono stati forse il più "grande" gruppo livornese degli anni 60... raccontaci.

R. ­ Mah, ti dirò... a quei tempi di grande fermento musicale, a Livorno stavano nascendo buoni gruppi. L'importante, secondo me, era avere un progetto e crederci e soprattutto, rimanere uniti, dato che molti spesso si scioglievano per formare altri gruppi o si dividevano definitivamente per gelosie interne. Noi, una volta trovata la formazione ideale, quella con Franco Marcheschi alla chitarra e Roberto “Bob” Ghiozzi alle tastiere, siamo andati avanti infatti fino allo scioglimento nel 1969. Devo ammettere che non è facile mettere d'accordo cinque teste ­se poi sono livornesi!­, però tutto sommato noi abbiamo avuto dalla nostra anche la forte amicizia che ci legava. Serviva però anche tanta determinazione e soprattutto credere in se stessi. Al di là di questo poi, una cosa essenziale era varcare i confini cittadini e regionali per andare a confrontarci nelle grandi città con gruppi di alto livello, senza paura, per crescere sia musicalmente che personalmente, e questo è ciò che ci permise di allargare il nostro raggio d'azione.

D. ­ Che ricordi hai della scena musicale livornese di quegli anni?

R. ­ Bellissimi ricordi. Quando eravamo proprio ai primi passi da Cricker's, ricordo il gruppo dei Four Friends, più grandi di noi di qualche anno, e che la sera dopo le prove arrivavano con una vecchia Fiat 1100 al bar “Da Gino” in via Bengasi dove di solito ci si ritrovava io e Giovanni. Li ammiravo e nello stesso tempo un po' li invidiavo, poiché loro erano già una band formata e che già suonava in giro per la Toscana. Tra i ricordi più belli però c'è l'amicizia con Paolo Tofani, grande chitarrista ­senz'altro uno dei migliori in assoluto in Italia­ prima dei Califfi e poi degli Area, col quale passavamo ore ed ore nella notte a suonare pezzi degli Shadows in una villetta presa in affitto dal gruppo nella pineta di Tirrenia. Di questi momento infatti ho dei ricordi bellissimi.

D. ­ Fatale fu l'incontro con Ricky Gianco...

R. ­ Beh, l'incontro con Ricky sotto il profilo professionale, certo che fu fatale, perché grazie a lui due mesi dopo entrammo in sala d'incisione per incidere il nostro primo disco “Finirà”. Insomma, da gruppo di buone speranze ci trovammo catapultati da un giorno all'altro nel giro che conta, concerti in tutta Italia sia con lui che da soli e locali di prima importanza come il Piper di Roma e tutti gli altri Piper collegati. E pensare che qualcuno di noi non era tanto convinto!

D. ­ Avete inciso molti 45 giri e partecipato a molte trasmissioni televisive del tempo (vedi Canzonissima del 1967)...

R. ­ Sì, abbiamo inciso diversi 45 giri, ­in preparazione c'era anche un nostro primo Lp­ e fatto la base musicale de “Il Vento dell'Est” per Gian Pieretti e “Pietre” per Ricky Gianco. La Ricordi inoltre ci ha inseriti nell'Lp International “Tutto Beat” dove oltre all'Equipe 84, I Dik Dik, The Honey Beats e i Quelli, siamo in compagnia degli Yardbirds, Troggs, McCoys, The Strangeloves, The Gibson e The Leaves, e dove noi Satelliti presentiamo “La vita è come un giorno”, un disco che ci ha dato grandi soddisfazioni e con il quale abbiamo vinto la “G d'Oro” messa in palio dalla rivista del settore “Giovani”. “Tutto Beat” dunque è stato un disco progettato e venduto nel mercato internazionale e che ci ha gratificato molto.

D. ­ Nel 1969 i Satelliti si sciolgono e vieni messo sotto contratto dalla Ricordi come autore...

R. Sì, nel '69 ci siamo sciolti dopo anni di successi sia in fatto di dischi che di concerti. Visioni diverse di organico, nel senso che alcuni del gruppo volevano inserire nella formazione alcuni fiati, visto l'ondata di “rhythm & blues” che era arrivata oscurando un po' il beat. E io non ero affatto d'accordo. Inseguire le mode non era il mio modo di vedere il gruppo. Da qui la separazione. E quello appunto fu l'anno del mio contratto con la Ricordi come autore, un periodo anche quello di grandi soddisfazioni e collaborazioni importanti, Scrissi con Mogol diversi pezzi, uno dei quali “Zucchero” che partecipò al Festival di Sanremo, e cosa bellissima, conobbi Lucio Battisti, anche lui infatti presente per la prima e unica volta al Sanremo di quell'anno. Battisti fu poi oltre che produttore, anche arrangiatore di alcuni miei pezzi.

D. ­ Oltre ai Satelliti, chi ricordi particolarmente come musicisti livornesi di quello che fu il periodo d'oro del beat a Livorno ?

R. ­ Gruppi livornesi del periodo d'oro che ricordo sono naturalmente I Samurai, I Modì dell'amico Valerio D'Alelio... mi ricordo Roby e i Gentlemen, Le Facce di Bronzo, come ho già detto i Four Friends.... ma ce ne erano talmente tanti che ora non mi vengono a mente... Livorno, in fatto di musica in quegli anni era la Liverpool italiana.

D. Roberto, qualche rimpianto? Qualche scelta che non hai fatto?

R.­ Onestamente non ho rimpianti. Con i ragazzi del gruppo ci sentiamo tutt'ora molto spesso e spesso ci incontriamo, perché l'amicizia è rimasta intatta, anzi, più salda di prima. Nei nostri discorsi spesso si ripercorre la nostra avventura assieme, e sul fatto della divisione siamo tutti d'accordo: siamo stati un po' troppo avventati, poiché arrivati al punto cui eravamo, dividerci era proprio una cosa da non fare. Però è andata così...

D. ­ Hai smesso di suonare e cantare o ancora oggi ti diletti in questa meravigliosa arte. Chi è oggi Roberto Guscelli?

R.­ Non ho smesso di suonare la chitarra anche se non la suono più tutti i giorni, ma soprattutto non ho smesso di comporre. Mi viene ancora di getto buttare giù una canzone, canzoni che per il momento sono nel cassetto, anche se prima o poi mi deciderò a tirarle fuori. Chi è oggi Roberto Guscelli? E' da anni un giornalista/pubblicista iscritto all'Ordine Nazionale che scrive di cronaca e società ma che è partito naturalmente come esperto di musica. Prima di arrivare al giornalismo però ci sono due anni a Londra per perfezionare la lingua dei Beatles, ci sono gestioni di discoteche in montagna e al mare, esercizi pubblici in Valle d'Aosta, un matrimonio e un figlio che ­mi sembra più che giusto­, suona la chitarra.

D. ­ Non vivi più a Livorno... ti manca?

R. ­ Beh, tenere lontano da Livorno un livornese è un delitto... Certo che mi manca la mia città, mi manca il mio lungomare, il Libeccio, il cinque e cinque, il ponce del Civili, un bel Cacciucco e il suono del nostro parlare. Mi manca il tramonto visto dalla Terrazza, un tuffo nel mare e quell'aria che sa di salmastro e che ti riempie i polmoni. Ma devo dire che spesso ci torno a trovare i miei due fratelli, Valfredo e Franco, e le rimpatriate con gli amici sono d'obbligo, soprattutto con Franco Marcheschi e Giovanni Barontini, gli unici due su cinque del gruppo che a differenza di me, Piero e Bob non si sono mossi da Livorno.

D. ­ Ultima domanda... vuoi salutare qualcuno della tua città attraverso il nostro giornale?

R. ­Ne avrei tanti da salutare di amici a Livorno e per nominarli tutti ci vorrebbe una giornata intera. Per non fare torto a chi potrei dimenticare quindi, saluto veramente con affetto tutti coloro che ho conosciuto e con i quali ho attraversato un pezzo di vita assieme. Ritrovarli e bere un aperitivo assieme in una Baracchina sul viale Italia è sempre una cosa bellissima anche a distanza di anni. E tra loro naturalmente saluto anche te, Massimo Volpi, per l'amore e la passione che ancora porti avanti per la musica degli anni Sessanta, gli anni stupendi di quella stagione musicale dove anche noi Satelliti, pur se in piccola parte, abbiamo dato il nostro piccolo contributo.

Massimo Volpi

  

  

 

  

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