Livorno in musica ieri e oggi: intervista a Sergio Brunetti

D.: Organo e piano... i tuoi strumenti da sempre.
R.: Mi ricordo che disegnavo le tastiere e suonavo sui… fogli. In casa mia i soldi erano pochi. Per due anni non uscii, niente pizze, niente di niente (passavo per tirchissimo!) e alla fine, grazie ai risparmi e all’aiuto di una zia, a Natale 1970 riuscii a comprarmi il più economico e semplice tra gli organi portatili a 2 tastiere: EKO Tiger duo, 160mila lire.

 

Sergio Brunetti ieri

L’ho tenuto 14 anni e non l’ho mai amato. Non aveva niente dei suoni che mi piacevano. Per fortuna il chitarrista del mio gruppo, Stefano Lunardi, mi regalò un rarissimo VOX reverbe a valvole, ex di suo fratello grande professionista coi Satelliti.

Anche se molto ingombrante, non era un amplificatore, solo un effetto, col quale l’organo assumeva suoni plausibili. Comprai il pianoforte subito dopo avere scoperto che Pictures at an exhibition di Mussorsgy era stato scritto appunto per pianoforte. Conservo ancora la compact cassette con Sviatolav Richter che ne era uno dei migliori interpreti, registrata alla radio. Negli ultimi 20 anni finalmente strumenti ne ho avuto tanti e davvero belli. L’unico che mi manca è un vero Hammond, che spero di prendere finalmente il prossimo anno. Oggi il computer è diventato forse lo strumento col quale faccio più cose. Partiamo dal 1975 quando scrissi la mia prima musica per computer al CNUCE (CNR) di Pisa. Allora i miei amici musicisti mi dicevano: la musica col computer? Una cosa disumana, non si potrà mai fare. A distanza di 40 anni oggi si può dire che non esista musica non fatta con il computer. Sempre col computer nel 1979 fui tra i fondatori di una scuola di musica per il Centro di educazione permanente in via Poerio a Livorno nella quale creai la classe PECSE (Pratica e composizione con strumenti elettronici) usando un PC ibrido musicale Yamaha. Poi nel 2003 una delle cose più pazze della mia vita. 3 rappresentazioni col tutto esaurito: 4 mori, Effetto Venezia e Chiesa del Soccorso. Otto tastieristi collegati a 2 PC da me programmati che eseguivano ognuno una sezione dell’orchestra accompagnando cantanti lirici in una opera buffa di Donizetti. Io suonavo le percussioni direttamente con il mouse, perché non erano disponibili altre tastiere. A quel tempo Windows (in versione 98!) per fare musica era visto proprio male, ma come mi aspettavo, non ci fu il minimo inconveniente. Il problema del PC non è il PC ma chi lo ha concepito, chi ci ha messo le mani e il software. Per il resto, pur avendo sia PC che MAC mi trovo decisamente meglio nel mondo PC, che paragono alla vacanza fai da te. Se conosci le lingue e ti sei preparato godi molto di più che in un villaggio turistico, che paragono al MAC, dove devi fare tutto ciò che è stato pensato dagli altri (per gli altri), ovvero una prigione dorata. E avendo girato il mondo e lavorato in un villaggio turistico, come aver avuto i migliori computer Apple e PC, sfido chiunque a dimostrarmi che non è vero! Sull’argomento nel 2003 ho realizzato uno dei miei sogni di gioventù: ho scritto un libro vero, per Mondadori: Suoni e musica con il PC. Attualmente il PC lo uso per comporre ed eseguire le mie composizioni che sono state usate in spettacoli teatrali e trasmissioni televisive, e corti cinematografici.
D.: Il tuo primo gruppo "L'ultimo volo"... era il 1972. Che ricordi hai di quel tempo e della scena musicale livornese?
R.: Di positivo, mi ricordo la prima volta che suonai con Stefano Lunardi alla chitarra acustica, probabilmente era My sweet Lord. La magia delle nostre note che si mescolavano in modo armonico era una sensazione meravigliosa, mai provata prima. Poi le giornate a provare, tutti i giorni per ore. Tutti i giorni portavo il Tiger duo nella cantina dove provavamo e poi di nuovo a casa per perfezionare i pezzi da solo. Il debutto al Teatro Salesiani, vicinissimo alle case di tutti e tre, fu una cosa sognata per anni. Avevo visto un concerto allo stadio nel quale suonavano le Orme. Tony Pagliuca imitava Keith Emerson ed io imitai l’imitatore. A un certo punto detti un colpo alla sedia che volò all’indietro e inclinai l’organo appoggiandolo alle gambe suonando in piedi. Fu un’esibizione memorabile, ancora trovo a volte persone che me la ricordano: debuttava un musicista enorme come Stefano Lunardi. Rolando Calabrò agguerritissimo alla batteria, e io all’organo che riuscii a non farmi adombrare dagli altri. Infatti qualche tempo dopo, tutti e tre in gita turistica, quando ci pavoneggiavamo con delle ragazze sul pullman, ad un certo punto una di loro, disse: ”Ah.. tu sei l’organista pazzo! Me ne ha parlato mia sorella.” La tattica di Emerson per farsi notare aveva funzionato in pieno! Di negativo ricordo le gare a chi suonava la scala più veloce degli altri, non le ho mai fatte. Per quanto riguarda gli altri tastieristi, l’unico ricordo positivo che ho, oltre a meravigliosi musicisti con cui ho suonato, è Francesco Cannizzaro che ci ha lasciato purtroppo con troppo anticipo. Era l’unico tastierista che invece di ostentare un’inutile scala veloce, suonava bene, con umiltà e disponibilità che abbia conosciuto al tempo. Di negativo mi ricordo i chitarristi e bassisti che facevano a gara a tenere tutto ad un volume folle, ragione per cui, a parte Stefano, li trovavo insopportabili, e Rolando passò dalla batteria al basso, visto che i bassisti ci facevano impazzire. Al tempo mi sentivo sicuramente il peggiore come preparazione tecnica del gruppo, e fui contentissimo quando nel 1977 fui chiamato come solista ad aprire un concerto dei migliori allievi e futuri insegnanti del Mascagni a Villa Fabbricotti. Fui presentato come pianista jazz, cosa che era anni luce dalla mia preparazione. Suonai tutti pezzi trascritti nota per nota: due boogie di Count Basie, un pezzo che poi era la versione originale del Nutroker fatto anche da Emerson Lake & Palmer e poi, ero talmente emozionato che feci il jazzista davvero. Ad un certo punto, suonando It’sa raggy waltz di Dave Bruneck, ebbi un vuoto di memoria per cui andai avanti improvvisando in modo plausibile, capii che forse non ero così male come avevo sempre pensato. Negli ultimi venti anni sono riuscito a risuonare con nuove versioni de L’ultimo volo. In una fase suonava Sergio Adami, nell’altra Rolando Calabrò. Non sono mai riuscito a risuonare con Stefano, attualmente in forza con Bobo Rondelli, che comunque è venuto almeno in sala a vederci.
D.: Ultimo volo, gruppo particolare… solo 3 elementi...
R.: Il gruppo in realtà nacque con 5 elementi: 2 chitarre, basso, organo e batteria, ma una chitarra e il basso lasciarono alla seconda prova. Rimanemmo in tre e decidemmo che fino a che non avessimo trovato un bassista che andasse a tempo e nello stesso tempo non ci avesse spaccato gli orecchi, ci saremmo divisi la parte del basso tra me e Stefano Lunardi. Non sapevamo niente della formazione dei Doors, lo giuro! In effetti non era facile trovare adolescenti che fossero in grado di capire e suonare, Mahavisnu Orchestra, Banco del mutuo soccorso del quale penso siamo stati una delle primissime cover band e gruppi simili! Fu così che cominciai a dare più importanza alla mano sinistra rispetto alla destra e questo mi ha sempre contraddistinto rispetto alla media. Quando Stefano lasciò il gruppo per contuinui litigi per via che entrambi si erano innamorati della mia sorella putativa Antonella, Rolando rimase con me. Continuammo a non trovare un bassista che ci piacesse e così Roly cominciò a studiare il basso e avemmo la fortuna immensa di incontrare Sergio Adami (poi tra i fondatori dell’Ottavo padiglione) che ci fu presentato dal nostro amico Fabrizio Marinari, cantante fissato con Peter Hammil, che lo sentiva suonare a ore nel garage di fronte a casa sua. Fu naturale suonare Nice e ELP.
D.: Il tuo genere preferito è sempre stato il prog. (Ricordo ancora i nostri diverbi...), ed Emerson Lake e Palmer... nella maturità ti sei ravveduto?
R.: Infatti, nella musica ho sempre cercato, come nella vita: la bravura, la sorpresa, l’ardimento, l’ironia e un’aggressività a fin di bene (un po’ come quella dei rugbisti). Emerson era la persona perfetta. Quando è morto ho pensato che musicalmente non avevamo perso molto, ma poi col tempo ho realizzato che è morto un innovatore all’ennesima potenza e mi è ritornata la vecchia passione e un po’ di tristezza per non averlo conosciuto. Ho parlato con un suo amico italiano, il comico Flavio Oreglio e come tutti gli altri che ne hanno ricordato le gesta, mi ha detto che era simpaticissimo, sempre in vena di scherzi, umilissimo. A dire il vero posso dire di averlo incontrato e di avere in qualche modo generato in lui una reazione. Quando venne con Palmer a vedere il Banco al Goldoni li aspettammo per strada. Quando stava per entrare nella Mercedes 600, mi ritrovai incredibilmente a circa mezzo metro da lui. Porbabilmente la mia sorpresa generò in me una faccia poco affidabile, mi ricordo che saltò in macchina e mentre mi accostai allo sportello pigiò con la massima velocità e la faccia davvero spaventata il “pippolo” che usava una volta sulle auto per bloccare la chiusura. A proposito di prog, il mio amico livornese Gabriele Baldocci sta formando un gruppo a Londra davvero interessante, tra un po’ faranno 2 date in Toscana, tienilo presente per una tua intervista! Una cosa che pochi sanno è che sono stato uno dei primi rappatori italiani. Nel 1983 feci un viaggio di 6 settimane negli USA e conobbi il mondo hip-hop, rap e break-dance rimanendone incantato. Conservo sempre gelosamente e aggiungerei orgogliosamente un nastro con registrati la famosa Serna Dandini e il meno famoso Luca de Gennaro che eseguono un mio rap su RAI Radio 2 nel 1984 con la presentatrice che alla fine dice "Bravo Sergio Brunetti!".
D.: Ricordi l'esperienza con Orchestra Pop? 1975...
R.: Capitava che L’ultimo volo facesse delle apparizioni in contesti “pagati”. Siccome il nome L’ultimo volo nella nostra mente doveva essere “puro” e legato solo a partecipazioni teatrali, senza compromessi, quando facevamo “sala” usavamo altri nomi. Divertentissima fu l’esperienza denominata “I tremendi del liscio”. Ci chiamarono per fare liscio ad una festa sotto la chiesa di Collinaia (io ero l’organista delle chiesa, dove andavo a studiare l’organo con i bassi, che il mio organo non aveva). Non avevo mai fatto liscio in vita mia. Il sassofonista, esperto del settore, ogni tanto emetteva dei suoni strani per le risate che gli venivano vedendo i miei zampettamenti sulla tastiera. Come previsto, fummo tremendi di nome e di fatto, ma ci divertimmo un sacco facendo una musica così lontana dai nostri gusti. E qui ribadisco la mia continua ricerca di sorpresa e ironia che per me sono sempre fattori determinanti per la vita.
D.: Oltre a Keith Emerson quali altri tastieristi hai ammirato?
R.: I primi che mi vengono a mente, non in ordine di gradimento: Art Tatum, Brian Auger, Dave Brubeck, Walter Carlos, Ray Manzarek, i fratelli Nocenzi, Flavio Premoli e Tony Pagliuca ma anche Enrico Simonetti, Lelio Luttazzi e Giorgio Bracardi che sono “colpevoli” delle mie parti ironiche (quindi non solo Emerson mi ha influenzato!). Ma evidentemente non c’è spazio per aggiungere tutti i pianisti classici e jazz e latino americani e le ragioni per cui li ho apprezzati. Devo comunque sottolineare che, come successo a molti, la musica di Emerson Lake & Palmer è stata la soglia oltre la quale si entra in un mondo di tantissimi generi musicali, che così si conoscono e apprezzano. Probabilmente siamo malati affamati di tutto (o quasi!)
D.: E dopo gli anni 70, musicalmente parlando che strade ha preso Sergio Brunetti?
R.: Nel 1978, anno in cui ormai il Progressive era scomparso, lasciai le scene per 18 anni. Ho studiato un po’ la tecnica pianistica e nel 1996 ho deciso di ricominciare a ripropormi dal vivo. Dopo anni in cui rifiutavo qualsiasi collaborazione, improvvisamente accettavo tutti, peggio delle puttane, direbbe qualcuno. La grande fortuna è stata incontrare Marco Voleri, tenore ormai molto conosciuto. Ci siamo serviti a vicenda, io l’ho “costretto” a studiare seriamente la musica con la grande soddisfazione di sapere che poi ha cantato anche alla Scala, Feristerio e altri palchi molto importanti, perfino a Damasco e in Cina. Lui mi ha portato per la prima volta in vita mia al professionismo ”serio”: dopo 2 anni di piano bar, otto mesi alle Maldive. Una esperienza indimenticabile. Quando siamo tornati lui si è iscritto al Conservatorio di Milano, io sono diventato presidente dell’Associazione Culturale Corte Tripoli Cinematografica. Da lì ho cominciato a scrivere musica per corti cinematografici e spettacoli teatrali, per dieci commedie musicali ho scritto anche i testi. Sono state tutte realizzate e la prima, che fu pubblicata dopo aver vinto un concorso a Genova, è stata rappresentata in tutta Italia da varie scuole. Ho fatto il direttore artistico e musicale per una serie di puntate su Canale 50. Qualche anno fa sono diventato membro del direttivo dell’Associazione culturale Vertigo e iniziato a fare il pianista sul palco in uno spettacolo favoloso che abbiamo replicato una sessantina di volte in Italia e all’estero: Livorno, amore mio! di Marco Conte.
D.: So che sei sempre molto attivo... progetti futuri?
R.: Una cosa che racchiude molte altre cose della mia vita: uno spettacolo teatrale con un format inedito nel quale faccio la parte di un fan deficiente di Jovanotti, tastierista del gruppo Gli adolescenti, che si trova inspiegabilmente a spartire il palco con un comico imitatore (Leonardo Fiaschi) e un tenore lirico (Marco Voleri). È la cosa più difficile e complessa che abbia mai fatto: devo suonare pezzi musicali da Dalla, Morandi e Baglioni fino a Puccini e Verdi passando per Scott Joplin (per i non addetti ai lavori conosciuto come “quello della Stangata”), in più ho una parte da comico, parzialmente scritta e in parte improvvisata (ho fatto parte della compagnia di teatro improvvisato. Gli Impròbabili, compagnia in cui suonavo e recitavo improvvisando al 100%). Abbiamo debuttato come test al Teatro Vertigo ad aprile ottenendo un successo andato oltre ogni previsione, e anche articolone sul Tirreno con 2 serate di test durate ciascuna circa 2 ore e un quarto. Ora lo stiamo limando in modo da non superare i 90 minuti e debutteremo definitivamente il 28 di luglio a Effetto Venezia, per poi prepararci ad una tourneé professionale che speriamo possa avviarsi nel 2017. Per me che in definitiva sono un rockettaro semi-autodidatta, è davvero una bella sfida perché devo avere i giusti ritmi musicali col tenore e quelli teatrali con il comico. Sono due parti parallele! Inoltre un’altra novità assoluta, un laboratorio musicale in una scuola elementare, 10 tastiere MIDI collegate ad un super computer (rigorosamente PC!) evoluzione dell’esperienza di cui parlavo precedentemente dell’orchestra di tastiere. Ho progettato il setu-up del laboratorio del quale sono responsabile tecnico e formatore dei docenti che lo useranno, una bella soddisfazione.
D.: Qualche rimpianto Sergio?
R.: Da piccolo avevo qualche sogno nel cassetto: suonare, fare un disco, scrivere un libro, partecipare ad un film, girare il mondo. Nel mio piccolo ho fatto tutto questo e anche altro, quindi non mi lamento. Musicalmente parlando il più grosso rimpianto è non avere trovato subito un insegnante capace e avere perso troppo tempo per recuperare, non finendo gli studi di conservatorio, anche se poi Paola Franconi mi ha dato quelle nozioni tecniche che ritenevo indispensabili e che mi hanno permesso di suonare e fare musiche molto più di tanti diplomati.
D.:Qualche occasione sottovalutata?
R.: Sempre musicalmente parlando. Forse quando mi fu chiesto di essere tra i fondatori dell’etichetta di vinile Fonè, il vinile stava cominciando a dare segni di stanca, e invece l’etichetta Fonè è diventata e resta molto importante nel panorama musicale.
D.: Chi è oggi Sergio Brunetti?
R.: Uno che ha vissuto la musica senza compromessi e cercando sempre stimoli nuovi e che a 60 anni trova sempre più difficile incontrare nuove sfide, però non si arrende. A ottobre 2015 ho chiuso un contenzioso col passato laureandomi con 110 e lode in Discipline dello spettacolo e della comunicazione. Sono poi stato chiamato a intervenire a un congresso presso l’Università di Pisa come relatore parlando dei supporti mobili digitali e il loro uso per scopi musicali. Ero sempre stato tra i più bravi a scuola ma l’esame di maturità e il quinto di pianoforte furono disastrati da un insieme di coincidenze negative per cui mi sono ripreso ciò che mi era stato tolto, permettimi un poco di orgoglio!