Livorno in musica ieri e oggi: intervista al chitarrista Gianluca Maria Sorace

  • Pubblicato: Sabato, 25 Agosto 2018 17:00
  • Scritto da Massimo Volpi

D. Gianluca Maria Sorace, nato con la chitarra già a tracolla immagino...
R: Non proprio in realtà. Ricordo che da piccolo, nei mesi estivi, con la famiglia andavo a casa di mio zio in Sicilia. Lì trovavo sia una chitarra che un pianoforte ed ero attratto più da quest’ultimo. Ho cominciato a suonare così, da autodidatta, inventandomi gli accordi e le posizioni e scrivendo da subito le prime canzoni su qualsiasi strumento trovassi sul mio cammino. Ma all’inizio lo facevo solo d’estate appunto, fino a quando quello stesso zio non mi regalò una prima chitarra tutta mia e anche a Livorno continuai quel percorso da autodidatta. Non ho mai preso lezioni (l’unico strumento per il quale abbia preso alcune lezioni è il violoncello) e tuttora alcuni accordi sulla chitarra li suono con una posizione sbagliata delle dita.
D: Nel 2003 dai vita al gruppo Hollowblue che in pratica è la naturale evoluzione del tuo progetto come cantante e chitarrista solista.
R: Sì, il nome Hollowblue lo usavo già agli inizi degli anni ‘90. Contemporaneamente all’esperienza nel mio primo gruppo The Moss Garden cominciai a scrivere e registrare su un registratore a 4 piste alcune canzoni, molto influenzato da Bowie e Syd Barrett e una di queste canzoni, da cui presi il nome, si intitolava proprio Hollowblue. Feci anche alcuni concerti supportato da Luca Faggella al basso e Marco Lenzi alla chitarra. Con loro negli anni ‘90 collaborai su più cose. Misi poi da parte queste canzoni quando fondai un altro gruppo, i Tangomarziano nel 1995. Finita l’esperienza dei Tangomarziano nel 2003 ritirai fuori il vecchio nome Hollowblue e lo utilizzai questa volta per un gruppo a tutti gli effetti, con Marco Calderisi, Federico Moi e Giancarlo Russo (ma nel tempo la formazione cambio a più riprese e vanno nominati anche Davide Malito Lenti, Sarah Mayer, Sara Crespi ed Ellie Young). Con Davide e Giancarlo, l’ultima formazione, abbiamo ancora un album nel cassetto che speriamo prima o poi di pubblicare, nonostante il gruppo sia al momento, per motivi logistici, in stand by.
D: Al vostro attivo avete un buon numero di ottimi album e collaborazioni con artisti di spessore… impegno riconosciuto anche dalla stampa italiana e internazionale.
R: Sono cresciuto ascoltando moltissima musica straniera, imparando a cantare sui dischi dei Genesis di Peter Gabriel e per me è da sempre naturale rivolgermi ad un pubblico anglofono. Da qui le molte collaborazioni con musicisti e artisti che tuttora ammiro e con i quali sono diventato amico: Anthony Reynolds dei Jack, Sukie Smith (Madam), lo scrittore americano Dan Fante, figlio di John, e altri ancora. I dischi sono stati recensiti anche su molte riviste inglesi e americane, e qualcosa anche in Francia, in Svezia, Olanda. Sia in Italia che all’estero le recensioni sono state sempre sorprendentemente ottime. La stampa ci ha sempre trattato bene, i video sono andati in rotazione su MTV, ma cantare in inglese in Italia, se sei Italiano, è diventato piano piano negli anni un modo per autoescludersi da alcune scene, perché il mercato musicale italiano si è chiuso su se stesso, abbandonando l’ambizione di esportare quello che facciamo. Forse per la paura del confronto.
D: Nel 2010 realizzate il primo video tridimensionale girato in Italia grazie alla regia di Francesco Rotunno e Alessandra Vinotto; video che ha avuto un grande successo internazionale tanto da vincere il 3D Festival di Hollywood, nonostante la concorrenza di artisi del calibro di Michael Jackson, Barbra Streisand, Pink Floyd, Santana... una grandissima soddisfazione.
R: Ricordo che fu incredibile davvero. Noi rispetto a quei nomi eravamo negli USA dei perfetti sconosciuti. Ciò non ci impedì di esser selezionati, unici italiani, e vincere. Il video dopo quel Festival girò tantissimi altri Festival e fu proiettato anche al Sundance. Ringrazio sempre Francesco e Alessandra che credettero nella nostra musica e decisero di investire in noi. La cosa avrebbe dovuto avere una risonanza molto maggiore in Italia ma invece trovammo molti ostacoli, anche solo nel far pubblicare la notizia della nostra vittoria. I Negramaro infatti avevano girato, mesi dopo la realizzazione del nostro video, un loro video 3d con una tecnologia non cinematografica ma piuttosto scarsa… il loro ufficio stampa ci fece “la guerra”. Non entro nei dettagli perché è una storia vecchia ma piuttosto rivelatrice di come funzioni la spartizione degli spazi di informazione in Italia. Non conta la vera notizia quanto piuttosto l’investimento economico. Se non puoi permettertelo puoi anche vincere ad Hollywood ma resti comunque fuori dai principali canali di informazione.
D: Prima degli Hollowblue facevi parte del gruppo Tangomarziano, raccontaci.
R: I Tangomarziano nacquero dall’iniziativa di Andrea Landi (adesso Licantropi) nel 1995. Dopo di me si agiunsero Franco Volpi (Poliziotto, Saghe Islandesi) e Giancarlo Russo (Hollowblue). Andrea ad un certo punto usci dal gruppo ed entrarono Giulio Pomponi e Valerio Griselli dei Virginiana Miller. Ho bei ricordi di quel periodo, anche perché fu l’inizio di amicizie importanti che hanno arricchito la mia vita. Con Franco, scomparso l’anno scorso, ho condiviso tantissimo, forse l’amico con il quale ho condiviso più cose negli anni, musicali e non, e Giancarlo Russo è stato anche il bassista degli Hollowblue, una colonna portante. Con i Tangomarziano, cantavo in italiano e per me era piuttosto difficile. Non c’ero abituato ma accettai la sfida e fu una bella esperienza. Scrivevamo io e Andrea e fu un periodo fondamentale per il lavoro che feci sul mio modo di scrivere canzoni. Il nostro immaginario traeva spunto dalla fantascienza di Philip Dick, spesso nei live proiettavamo delle diapositive di ingrandimenti di insetti. Facemmo diversi concerti, collaborando anche con dei ballerini di danza contemporanea guidati da Simonetta Ottone, e registrammo alcuni demo. Nel 2002 vincemmo il concorso di Arezzo Wave e suonammo allo Stadio di Arezzo insieme a Faithless e Dandy Warhols. Di lì a poco ci sciogliemmo.
D: Quali sono le tue fonti di ispirazione, i chitarristi che “attaccavi alla parete” della tua cameretta?
R: Le mie fonti di ispirazione la trovo sopratutto nei cantanti, non ho mai avuto il culto del chitarrista e non sono mai diventato un virtuoso della chitarra. Ho approfondito molto di più l’arte dell’arrangiamento, della composizione, alla ricerca dell’equilibrio tra le parti. Comunque David Bowie è stato il motore di tutto. Quello che mi ha spinto più di tutti a voler scrivere canzoni. Poi Syd Barrett, Lou Reed, Iggy Pop, Nick Cave, The Smiths, Bauhaus, Calexico, Chet Baker, Sonic Youth, Pulp ma anche certe cose di musica contemporanea come Arvo Pärt.
D: Progetti futuri, un nuovo lavoro, concerti?
R: Gli Hollowblue sono in stand by come dicevo e dal 2014 sto portando in giro un nuovo progetto che è diventato il principale. È un progetto solista. Mi chiamo Stella Burns e ho pubblicato al momento due album con sonorità alla Calexico, ma ricchi anche di molto altro: “Stella Burns loves you” e “Jukebox Songs”. Dentro ci sono al solito diverse collaborazioni con amici di talento, tra i quali la scozzese Emma Morton e Carla Lippis dall’Australia.
I dischi hanno avuto un bel riscontro e ho fatto molti concerti negli ultimi anni lavorando spesso per i live con grandi musicisti e amici Livornesi, tra i quali Franco Volpi, Davide Malito Lenti e Giancarlo Russo e talvolta con Diego Sapignoli dei Sacri Cuori alla batteria.
Più recentemente ho invece raggruppato alcuni ottimi musicisti (Christian Scazzieri, Damiano Trevisan, Enrico Brazzi e Alessandro Fabbro) qui a Bologna, dove vivo da qualche tempo, per proporre nel prossimo futuro le vecchie e nuove canzoni in una veste se possibile ancora più completa. I dischi infatti sono ricchi di archi, pianoforte, trombe, banjo, mandolini.
Sto lavorando quindi al disco nuovo e anche ad un album a 4 mani con Luca Swanz Andriolo, il cantante dei Torinesi Dead Cat in a Bag. Ma vorrei anche concludere il quarto album degli Hollowblue e pubblicare un mini album con il mio primo gruppo The Moss Garden, e pubblicare anche il materiale scritto sotto il nome HelenaRussell con Franco Volpi e Giampiero Sanzari dei Sur Sum Corda, più una serie di altri piccoli progetti. Ci vorrebbero giorni di 48 ore!
D: Che rapporto hai con la scena musicale livornese, da sempre fucina di ottimi musicisti e con i tuoi colleghi?
R: A Livorno con Luca Faggella qualche anno fa ho curato la programmazione artistica dell’Ex Cinema Aurora e del Surfer Joe, invitando a suonare molti musicisti italiani e stranieri. Questo mi ha permesso per un po’ di avere un ruolo nel tessuto musicale della città non solo come musicista ma anche come promotore. Devo però dire che come musicista, a parte ovviamente gli amici e i collaboratori stretti, mi è sempre stato più facile collaborare con musicisti di altre aree d’Italia o con gli stranieri. Comunque a Livorno ci sono da sempre moltissimi bravi musicisti, un grande fermento e molta creatività fuori dagli schemi.
D: Gianluca, un rimpianto, una occasione non sfruttata…
R: Quando con gli Hollowblue vincemmo ad Hollywood nel 2010. Avremmo dovuto cercare di distribuire e promuovere il disco negli USA, cercare di andare a suonare lì e sfruttare il momento, ma l’etichetta di allora non ci supportò in questo e noi avevamo le mani un po’ legate anche per una questione meramente economica. Altro rimpianto è non aver avuto il tempo di lavorare all’album che avevamo progettato con Dan Fante. Con lui facemmo due tour di musica e poesia. Molto intensi. E registrammo a casa mia molte tracce con la sua voce. L’idea era quella di fare una specie di “An American Prayer” dei Doors. L’idea c’è ancora, ma nel frattempo Dan ci ha lasciati. E semmai un giorno porterò a termine il progetto, avrò il rimpianto di non poterglielo fare ascoltare.
D: Chi è oggi Gianluca Maria Sorace?
R: Evolvere è un bisogno primario: come persona e come musicista. Bowie è stato per me l’esempio di un percorso, umano e artistico, che non si è adagiato mai. Sono quindi in cammino, ancora alla ricerca. Magari con prospettive e aspettative diverse rispetto a quando avevo venti anni ma comunque sempre acceso e guidato dalla passione.

 

  

  

 

 

 

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