Livorno in musica ieri e oggi: intervista al chitarrista Marco Franchi

  • Pubblicato: Domenica, 09 Settembre 2018 19:00
  • Scritto da Massimo Volpi

D: Marco Franchi, tra le tue innumerevoli occupazioni... chitarrista... un amore datato nel tempo immagino.
R: Considerando che ormai sono proiettato verso i 44, la datazione nel tempo c'è... in realtà mi sono approcciato alla chitarra già da grandino. Avevo 16 anni... un amore nato in estate, quando – da studente – potevi permetterti di gozzovigliare da metà giugno a metà settembre... in casa c'era la chitarra di babbo, una chitarra comprata - usata - da “Cremisi” verso la metà degli anni 60... la mia prima “sunburst”... mi ha accompagnato per tutta l'estate al mare e in cortile... sei mesi dopo soddisfeci il mio desiderio di comprarmi la chitarra elettrica... dopodiché non ci siamo più lasciati.
D: Fai parte del gruppo Humanoira; il vostro genere denota senza dubbio una matrice prog con brani molto lunghi... da dove nasce questo sound?
R: Io non c'ero ancora, ma i primi anni della band (nata nel 1999) sono indubbiamente caratterizzati da brani molto lunghi con testi molto profondi e di non facile approccio... nei live c'erano molto grunge, suoni sporchi e graffianti, sintetizzatori che sparavano suoni acidi oltremisura, uso/abuso di loopstation e addirittura assoli di “martello e incudine”... quando si dice la musica “pesante”. Mentre la musica e i gusti musicali cambiavano, gli Humanoira mi “imbarcavano sul carro” e restavano “Fedeli alla linea”, per dirla con il titolo del secondo cd.
D: La vostra non è una proposta facile, sicuramente molto originale, con una fortissima teatralità...
R: L'originalità dei testi e anche di alcune soluzioni musicali è stata spesso richiamata dalle varie recensioni che hanno commentato i nostri lavori in studio. Riccardo, frontman della band ed autore di tutti i testi – tranne uno, scritto da Davide – è molto profondo e molto abile a mescolare dolcezza e ironia, rabbia e sarcasmo, atmosfere oniriche e fredda realtà. Rispetto a “L'arte di sciogliere la neve”, primo disco, “Fedeli alla linea” è più pop, con canzoni nel consueto stile Humanoira ma adatte anche a “timpani” meno rockettari... abbiamo definitivamente riposto l'incudine (probabilmente venduta su “mercatino musicale” per chissà quale cifra....) e, di recente, abbiamo (definitivamente??) svoltato verso l'elettro-pop che va tanto tra i giovanissimi... del resto siamo (musicalmente) giovani dentro!
D: Avete condiviso il palco con ottimi artisti come Carotone, Canali, Il Teatro degli Orrori, avete partecipato alle finali di Arezzo Wave, avete dato alle stampe un paio di album, al vostro attivo molte date, se le mie informazioni sono giuste, anche fuori dai confini nazionali... una bella soddisfazione.
R: Una grandissima soddisfazione e tanti ricordi... come quello di Davide, il bassista, che chiese alla cassiera di un autogrill francese, in perfetto italiano, “si può scaldare?”, riferendosi al panino preso dal banco frigo, scandendo le parole come se stesse parlando ad una sordomuta... Altrettanto bello fu suonare – sempre in Francia – “Bella Ciao” in una sorta di centro sociale in cui tutti, pur non capendo una parola di italiano, si sgolavano e cantavano con noi... fu in quella occasione che conoscemmo un ragazzo (che lavorava – e lavora – come tecnico video a Parigi) che, colpito dal nostro sound, si propose di girare un video per noi. Eravamo tutti abbastanza gonfi... fortunatamente il batterista gli aveva lasciato un nostro recapito e, cinque anni dopo, il sogno del video (di “Fedeli alla linea”) si è avverato! Il tour del primo cd, cominciato nel 2007, è durato più di un anno e che ci ha visti macinare chilometri in furgone e macchina, da un lato all'altro della penisola: Perugia, Novara, Cuneo, Firenze, Pisa, Taranto, Caserta, Benevento, Napoli, Brescia, Milazzo, Cascina, Milano, Livorno... e poi, appunto, la settimana oltralpe, con “quartier generale” (e dormitorio) a Dijon... cose “che voi umani non potete capire”.
D: Marco quali sono le tue fonti di ispirazione, i chitarristi che hanno contribuito a far sì che tu imbracciassi la chitarra?
R: Ho cominciato a suonare la chitarra elettrica nei primi anni 90, quando il sound di Seattle aveva ormai rotto gli argini ed invaso gli scaffali dei negozi di dischi italiani... hard rock e glam rock stavano ormai cedendo il passo a band come Nirvana, Alice in Chains, Pearl Jam e a tutto il Grunge Rock, e mentre la stragrande maggioranza dei miei amici ballava con la musica house e cantava gli 883 (qualcuno anche Masini...), io passavo i pomeriggi in casa a suonare l'hard rock con un amplificatore Wasbourne a transistor e il pedalino overdrive della boss, e con le prime band, i pomeriggi li dedicavo allo studio e i dopocena al fondo. Per rispondere alla tua domanda, i chitarristi che mi hanno fatto avvicinare alla chitarra sono tutti quelli dei gruppi hard-rock e glam-rock che, a inizio anni 90, ascoltavo, ero letteralmente intrippato dei Guns n'Roses, ma ascoltavo anche Poison, Motley Crue, Cinderella, L.A. Guns e tutto il rock anni 70, inclusi i Beatles e i Rolling Stones.
D: Oltre agli Humanoira ti dedichi anche ad altre cose, rimanendo nell'ambito musicale, come accompagnare Flavia Fronesio Margot, raccontaci questo sodalizio.
R: Un sodalizio che mi ha permesso di scoprire il fantastico mondo della chitarra acustica, ho acquistato la mia sesta chitarra (acustica) – a breve arriverà la settima – e mi sono rimesso in gioco, imparando ad approcciarmi alle sei corde in modo profondamente diverso... con Flavia non suono più e sto lavorando con un paio di amici a un progetto acustico che speriamo possa farci divertire, divertendo il pubblico.
D: Progetti futuri, nuovi lavori, nuovi apparizioni live magari in città?
R: Con gli Humanoira stiamo lavorando sugli arrangiamenti dei pezzi dell'ultimo EP per proporli live, anche perché, malgrado mi sia approcciato all'acustica, la voglia di suonare l’elettrica è ancora fortissima... e me ne accorgo ogni volta che la riabbraccio... ovviamente la voglia di proporci alla gente, soprattutto alla nostra gente, è ancora tanta.
D: Livorno e la musica, una città da sempre capace di generare decine e decine di musicisti eppure... che cosa è mancato e manca per far nascere una vera e propria “scuola livornese”?
R: È vero, Livorno è una città che, artisticamente parlando, ha dato tanto, in ogni epoca, penso che, al di là di ogni campanilismo, una “scuola livornese” non è nata a causa del nostro carattere... siamo spesso incoscienti di quanto sappiamo fare e il fatto che qualche “artista” sia livornese ce lo fa percepire come uno come noi... semplice... un po' come se “semplicità ed umiltà” fossero sinonimi di “mediocrità”.
D: Marco, un sogno non raggiunto, un treno che hai lascito partisse senza di te.
R: Sono ancora in stazione... devo solo finire di trovare i soldi per il biglietto... e il treno deve ancora arrivare, non smetterò di suonare, non smetterò di provare a migliorarmi e di mettermi alla prova, e quando arriva il treno, se ho già il biglietto, ci salgo.
D: Sei un uomo molto impegnato nel sociale (anche il tuo lavoro lo dimostra) ma in sintesi, chi è oggi Marco Franchi?
R: Sono lo stesso che ero venticinque anni fa, rumoroso, iperattivo, pignolo e fermamente convinto che avere qualcosa di cui ridere di pro non significhi per forza essere superficiale. Sono un incontentabile sognatore coi piedi per terra, che volge sempre l'occhio a “chi sta peggio” e lo faccio oggi più di ieri, non soltanto perché forse sto invecchiando, ma anche perché percepisco che, “chi sta peggio”, ha sempre meno spazio nella società ed è sempre meno considerato... detto questo, siccome voglio essere ottimista, spero che i nostri figli, anzi, i vostri figli (perché io non ne ho), siano più sensibili ed aperti di quanto non lo siamo noi.

 

Gli Humanoira

  

  

 

 

 

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