Livorno in musica ieri e oggi: intervista al pianista Claudio Laucci

  • Pubblicato: Sabato, 03 Novembre 2018 09:37
  • Scritto da Massimo Volpi

D: Claudio Laucci, compositore di musica da film, arrangiatore, produttore musicale, pianista, insegnante di pianoforte, la musica per te non ha segreti... un amore totale.
R: Sì, in effetti mi piace e mi viene naturale declinare la mia passione per la musica in vari ambiti. La musica comunque, per fortuna, continua ad avere un sacco di segreti da carpire.

D: Naturalmente provieni da studi classici tanto che hai usufruito del programma Erasmus dell'ISSM P. Mascagni per recarti a Göteborg (Svezia) dove hai svolto un tirocinio post laurea all'Academy for Music and Drama in qualità di pianista accompagnatore, dalla fine di agosto 2017 alla fine di gennaio 2018. Bella e fondamentale esperienza. R: Gli studi classici mi hanno permesso di venire a contatto con ambienti musicali nuovi e modalità di approccio alla musica che avevo coltivato poco in passato come ad esempio il mondo dell’opera. L’esperienza svedese è stata piuttosto intensa perché mi ha spinto a ridefinire il mio ruolo di musicista: ho imparato ad essere più pragmatico avendo un sacco di lavoro da svolgere tra prove, concerti, direzione di coro, lettura a prima vista etc… Inoltre ho potuto toccare con mano una realtà musicale sicuramente più stimolante, curiosa e “libera” di quella che ho vissuto in Italia e, più nello specifico, a Livorno fino ad ora.
D: Nel 2005 ti troviamo membro del gruppo Le Gorille…
R: Le Gorille è il gruppo che ha rappresentato una pietra miliare nel mio percorso di pianista e compositore. Le ore interminabili di prove, registrazioni e concerti che ho passato insieme a Giorgio Ramacciotti (chitarra e basso) e a Matteo Falleni (batteria) sono state fruttuose e mi hanno insegnato ad essere esigente, e questo lo devo soprattutto a Giorgio, e mai scontato dal punto di vista della creazione musicale. Inoltre eravamo e siamo tuttora amici e credo che quest’aspetto abbia rappresentato un valore aggiunto: ci siamo sempre divertiti parecchio durante i concerti e credo che questo divertimento sia arrivato agli occhi e alle orecchie del nostro pubblico.
D: Difficile etichettare il vostro genere: musica prettamente strumentale con punte di jazz, classica, rock...
R: Ti confesso che ci siamo scervellati non poco per cercare un’etichetta che potesse definire la musica che facevamo ma poi ci siamo arresi e penso ancora che sia stato meglio così. Suonavamo quello che ci veniva naturale e che ci piaceva. Ovviamente suonando musica strumentale abbiamo sempre cercato di creare dei temi, nel senso più classico del termine, riconoscibili, che ci fornivano poi il materiale musicale per poter sviluppare ogni singolo brano. È sempre stato un lavoro di gruppo: il mio contributo consisteva forse nell’introdurre elementi musicali del mondo della musica classica e del jazz, mentre Giorgio rappresentava l’anima più “sporca” e blues, e Matteo quella rock con un piglio
sempre spontaneo e efficace.
D: Nel 2008 vede la luce il vostro primo album omonimo e nel luglio 2011 registrate “Nautilus”... soddisfatti di questi lavori?
R: Assolutamente sì. Mi ritengo soddisfatto e credo di poter parlare anche per gli altri due componenti. Sono stati due dischi autoprodotti, registrati in pochissimo tempo (il primo in 3 giorni e il secondo in una settimana) e in presa diretta (senza sovraincisioni quindi): il risultato mi convince ancora oggi dopo 10 anni.
D: So che vi siete esibiti anche a Skopje, la capitale della Repubblica di Macedonia per la XIV Biennale dei giovani artisti del Mediterraneo e in Francia... una bella soddisfazione.
R: Abbiamo fatto tanti concerti, sia in Italia che all’estero. L’esperienza macedone è stata bellissima: abbiamo suonato in una piazza grandissima davanti a una miriade di persone che ballavano e qualche giorno dopo in un parco pubblico in perfetto stile Unione Sovietica, calati in un’atmosfera surreale… quando abbiamo iniziato a suonare Das Model dei Kraftwerk abbiamo visto che il pubblico è andato come in trance. Magari sto esagerando però la percezione è stata quella: per tre minuti ci siamo sentiti nell’Olimpo del Rock… poi è andata via la corrente.
D: E dopo che è successo? Altri lavori, progetti paralleli? Progetti futuri?
R: Dopo la bellissima esperienza con Le Gorille ho seguito altre strade: ho approfondito lo studio del jazz con Andrea Pellegrini, ho avuto modo di suonare svariate volte con Bobo Rondelli sostituendo il suo pianista, ho completato il percorso di studi classici all’ISSM “Pietro Mascagni”, ho composto la colonna sonora per la web serie AUS prodotta da RAI Fiction e ancora musica per cortometraggi, spot commerciali, spettacoli teatrali, musical; ho inoltre scritto due piccoli brani strumentali in stile beat anni ’60 che compaiono nella prima scena del film “La Prima Cosa Bella” di Paolo Virzì. Ho formato nel frattempo un trio swing, Triple Sec, col cantante e chitarrista Mattia Donati e col contrabbassista Giulio Boschi con i quali suono un repertorio di brani swing e old time Jazz. Per quanto riguarda i progetti futuri ho intenzione di spingermi ancora più a fondo nella composizione di musica strumentale per il cinema e il mondo degli audiovisivi in generale. Mi è stata da poco commissionata la sonorizzazione di alcuni film muti che si concretizzerà in un concerto/proiezione che avrà luogo a Livorno il prossimo anno; per l’occasione suonerò insieme alla percussionista Altea Silvestri.
D: Claudio quali sono le tue fonti di ispirazione, oltre al cantautore francese Georges Brassens (il nome Le Gorille è un omaggio ad un suo brano)?
R: Ascolto e ho ascoltato tantissima musica: amo la musica jazz e il blues dei primordi, il reggae e il rock anni ’60/primi ’70, la musica minimalista di compositori come Terry Riley e molta della produzione di Arvo Part… Ultimamente mi hanno molto incuriosito i lavori pianistici di Chilly Gonzales e Nils Frahm. In generale mi sento di affermare che mi piace tutto quello che percepisco essere senza fronzoli, diretto e spontaneo anche nella sua imperfezione. Se proprio vogliamo parlare di fonti di ispirazione citerei Claude Debussy, Erik Satie e John Lennon: queste sono le figure che, per ragioni diversissime, rappresentano il modo di vivere e fare musica che sento più vicino alla mia indole.
D: Sei anche un insegnante di pianoforte... in una città come Livorno che non sempre è stata benevola con i suoi figli artisti, cosa consigli ai tuoi allievi?
R: Adesso ho rallentato un po’ l’attività di insegnamento anche perché lavoro come supplente di musica nelle scuole medie. In generale però cerco sempre di passare ai miei allievi i concetti che, grazie ad alcuni dei miei maestri, si sono rivelati essere fondamentali per me nell’apprendimento dello strumento e della teoria musicale: divertimento e curiosità. Ritengo che la componente ludica e quella dello stimolo continuo siano indispensabili per giustificare l’impegno e la quantità di tempo e energie richieste per imparare a suonare uno strumento. Per quanto riguarda l’accoglienza livornese alle manifestazioni artistiche penso sia sufficiente ricordare che Amedeo Modigliani veniva schernito dai suoi concittadini col nomignolo “ir filosofo” per i suoi comportamenti sopra le righe… Credo comunque che non si possa addossare del tutto la colpa ad una città per l’insuccesso del singolo musicista o artista in generale: spesso ho notato che davanti ad un primo insuccesso c’è la tendenza a dare “la colpa” a qualcun altro quando basterebbe solo impegnarsi un po’ di più e migliorarsi. Livorno dopotutto riesce ancora ad apprezzare le cose belle… quando ci sono.
D: Claudio, rimpianti, occasioni perdute che rimpiangi ancora o “rifaresti tutto”, musicalmente parlando?
R: Ci penso continuamente a questo aspetto ma ogni volta mi rispondo di no. Sono contento del percorso che ho intrapreso fino ad ora e sono anche contento degli “errori” commessi e degli intoppi che si sono verificati strada facendo.
D: Chi è oggi Claudio Laucci?
R: A saperlo…

 

  

  

 

 

 

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