Livorno in musica ieri e oggi: intervista al chitarrista/cantante Lucio Tirinnanzi

  • Pubblicato: Sabato, 02 Marzo 2019 12:09
  • Scritto da Massimo Volpi

D: Lucio Tirinnanzi, chitarrista ma anche cantante... da sempre immagino... hai fatto studi classici o autodidatta?
R: Ho imparato a suonare per imitare mio padre che, da piccoli, deliziava me e mia sorella con le canzoni di Lucio Dalla durante le estati al mare. Lui mi ha sempre spronato a imparare, e infatti mi ha regalato le mie prime chitarre, una Clarissa classica e una Epiphone elettrica stile Les Paul. Di maestri veri e propri però ne ho avuti pochi, mi sono sempre arrangiato cercando di carpire i segreti del mestiere da chi ne sapeva molto più di me. Uno di questi è Mirko Russomanno, un vero talento e uno dei migliori esecutori dei Beatles che abbia mai conosciuto. Un altro è Carlo Virzì, musicista tout court che non ha bisogno di presentazioni. Tra l'altro i due suonavano anche insieme prima che li conoscessi, mi sono divertito un mondo con loro, è stato un onore averli avuti come insegnanti inconsapevoli. Quanto alla voce, sono sempre stato un disastro, forse un maestro mi avrebbe fatto comodo, invece improvvisavo alla Dylan, ma con risultati meno epici.
D: Il 2000 ti trova membro del gruppo PAM, un quintetto di ottimi musicisti...
R: Tutti molto più bravi e preparati di me, alcuni venivano dalla Surf Music, altri dal Rock. Ma quello che ci teneva insieme era l'amicizia, che dura tuttora. Non avrei mai voluto accanto altri se non loro. E finché ho suonato, difatti, non ho mai cambiato gruppo. Quando poi da Livorno mi sono trasferito a Roma, ho iniziato a fare dei live anche da solo o con un trio, ma non era la stessa cosa. Così ho smesso. Mi mancavano i miei amici, di cui il gruppo era solo un aspetto, per quanto centrale.
D: Il vostro sound affonda le radici nella musica italiana anni 70 con De Andrè e De Gregori su tutti...ma ci sono anche tracce psichedeliche con le chitarre in evidenza, anche se il folk è da sempre il vostro punto di riferimento...
R: Sono sempre stato un fanatico di Bob Dylan, cui De Andrè e De Gregori come noto hanno sempre fatto riferimento, soprattutto il secondo. Di certo, i miei testi sono stati influenzati dalle loro intuizioni e dai loro spunti intellettuali. Ma io sono cresciuto anche con il grunge nelle orecchie, per cui le influenze rock e le chitarre distorte hanno sempre accompagnato ogni arrangiamento delle canzoni dei PAM. Se consideri poi che Nico Sambo, ovvero il chitarrista solista, è sempre stato un cultore della psichedelia, ecco che ne è uscito un Folk Psichedelico (il copyright del nome è del bassista, Alessandro Quaglierini), una trovata originale per la scena livornese del tempo. Addolcito dalle note al piano e organo di Luca Valdambrini, restava comunque molto patchanka grazie alla rudezza di Jody Guetta, un rullo tamburo continuo.
D: Avete partecipato a Sanremo Rock e Sounds Cube... una bella soddisfazione...
R: Certo, ci siamo divertiti un sacco, avrei voluto che durasse di più e puntavo ad arrivare anche oltre. Ero molto ambizioso all'epoca e credevo tanto nel progetto. Purtroppo, però, al momento di incidere il nostro primo disco, il produttore ci ha per così dire fregato e questo ha minato molto la fiducia nella tenuta del gruppo. Al tempo, inoltre eravamo diventati sei, io abitavo già a Roma. E, in breve, tutto era diventato ingestibile. Forse, oggi che i dischi sono pressoché scomparsi dalla scena, sarebbe andata diversamente. Il ricordo più bello, comunque, resta il concerto a Livorno per la promozione in serie A. Una folla quasi oceanica a sentirci e a incitarci, con il mare sullo sfondo. Indelebile.  
D: Una volta sciolto il gruppo che è successo, che hai fatto?
R: Sono invecchiato! Mi sono costruito una carriera come giornalista, e oggi sono persino diventato editore. Insomma, sono rimasto nel mondo della scrittura, ma i miei versi si sono fatti articoli e la mia creatività attualmente si esprime più nelle copertine dei libri che in quelle dei dischi. Sono felice, ma mi manca la spensieratezza e la gioia del rock. Mi mancano i live incendiari e le notti intere passate in studio a creare armonie e melodie. Quella magia, insomma, che solo la musica sa donare.
D: Oltre alla musica la tua grande passione è per la parola scritta e la carta stampata... se ti dico Oltrefontiera News e Paesi Edizioni che mi dici?
R: Sono le mie passioni attuali. Sono sempre stato interessato alla politica internazionale, e sia la mia specializzazione sia la casa editrice che ho fondato riflettono questi interessi. Oggi mi occupo soprattutto di geopolitica e affari esteri, tralasciando per quanto possibile la politica interna, che trovo triste e persino deprimente. Uno sguardo oltre il nostro ombelico e i nostri egoismi nazionali credo sia doveroso, così come lo è interessarsi agli altri per tentare di spiegare qualcosa di questo pazzo mondo.
D: La scena musicale livornese è particolare, dagli anni 50 in poi ha “sfornato” centinaia e centinaia di ottimi musicisti, eppure pochi di loro hanno fatto parlare di sé... cosa manca per poter emergere come succede in altre realtà magari meno prolifiche?
R: Non credo sia così, o almeno non più. Molti nuovi artisti sono emersi o stanno emergendo. Certo, pietre miliari come Pietro Mascagni o appunto Piero Ciampi per restare agli anni 50 e 60 forse hanno toccato vette non più raggiungibili. Però, molti nostri ragazzi si sono fatti strada; penso al Sanremo 2019, dove più di un livornese si è distinto. Io credo che per entrare nell'Olimpo dei grandi della musica servano solo più poesia e più autenticità, proprio perché il talento musicale ai livornesi non è mai mancato. E serve anche un po' meno snobismo.
D: Progetti futuri?
R: Attualmente sono molto concentrato nel portare la Paesi Edizioni al successo che merita e che le auguro, perché abbiamo tanto bisogno di riflettere sul mondo che abitiamo, e in generale abbiamo carenza di cultura. Però, confesso che mi piacerebbe anche fare qualcosa di importante per Livorno, dove le mie radici restano ben solide. Se guardo a come la città sia depressa e decadente nel suo senso deteriore, mi si stringe il cuore. Peraltro, non credo che queste elezioni politiche per il rinnovo di Sindaco e Giunta porteranno ciò che serve davvero alla città. Ovvero un rilancio che metta in evidenza le nostre grandi potenzialità. Non vedo giganti in corsa per le amministrative.
D: Lucio, un rimpianto, una occasione perduta, musicalmente parlando, che avrebbe potuto portarti in altre direzioni?
R: Se ho imparato una lezione da mio padre, è proprio quella di non cedere ai rimpianti. Io poi ce l'ho stampigliato nel nome il concetto di non guardarsi indietro: "Tirinnanzi" significa proprio andare avanti ed è quello che ho intenzione di fare. E poi, per suonare e scrivere canzoni, per me stesso o per altri, c'è sempre tempo.
D: Chi è oggi Lucio Tirinnanzi?
R: In cauda venenum. Hai lasciato la domanda più difficile alla fine, ti posso rispondere così: uno che non intende svoltare a sinistra o a destra per trovare scorciatoie, ma vuole andare diritto finché c'è strada da percorrere. E ne vedo ancora molta di fronte a me.

 

  

  

 

 

 

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