Livorno in musica ieri e oggi: Eugenio Sournia

D.: Te e la tua chitarra... un amore a prima vista?
R.: Non direi. Con la chitarra ho un rapporto molto strano, perché nonostante mio padre sia chitarrista e in casa abbia sempre avuto abbondanza di sei corde, da piccolo la ignoravo completamente preferendo concentrarmi sul pianoforte, che suonavo istintivamente e con piacere.

Solo all'età di diciassette anni ho, quasi per gioco, senza una vera ragione, preso in mano una chitarra. La cosa buffa è che, dopo uno o due giorni, pur sapendo suonare a stento i primissimi accordi, già cominciavo a creare le mie prime canzoni e a cantarci sopra testi improvvisati. Inutile dire che non avevo neanche pensato mai neanche al canto.

Il perché di questo istintivo interesse verso la composizione credo sia da ricercarsi nel fatto che la mia pochezza tecnica era tale, da non permettermi di eseguire praticamente alcun brano fra quelli che ambivo riprodurre: così mi sono messo a scrivere i miei. Col tempo, certamente, ho fatto esperienza, ma mi considero a buon diritto ancora un chitarrista del tutto improvvisato e principiante. Mi piace però molto ricercare un mio suono peculiare, attraverso l'uso di strumenti vintage e pedali. Amo molto la chitarra, lo trovo uno strumento estremamente istintivo e soddisfacente, anche se non credo che il mio amore sia ricambiato!
D.: Quale è stato il tuo percorso musicale e le tue influenze?
R.: Da piccolo e fino all'età di sedici anni ho ascoltato in prevalenza musica classica, soprattutto quella che il mio maestro di pianoforte mi faceva suonare. Devo a lui grandissima parte dell'amore che ho per la musica, perché è stato come un secondo nonno per me, si chiama Agostino Todaro e sono tuttora in contatto con lui. Ricordo con assoluta precisione il momento in cui mio padre mi fece ascoltare l'album "Wish you were here" dei Pink Floyd per la prima volta. Avevo sedici anni, e tutto cambiò per sempre. I Pink Floyd mi fecero capire che la musica moderna poteva ambire ad una comunicatività elevatissima, senza sacrificare per forza la ricchezza musicale. L'altro gruppo che mi ha cambiato la vita sono stati i Joy Division. Il lirismo del cantante Ian Curtis, la poesia dei suoi testi, uniti ad un modo di suonare tutto sommato basilare, mi convinsero della possibilità di lanciare un messaggio forte anche senza possedere una particolare tecnica. Se mai ho fondato un gruppo, è stato per i Joy Division. A diciassette anni dunque fondo il mio primo gruppo, gli Etrange Histoire, con alcuni compagni di scuola. Da lì è partito tutto.
D.: Sei membro di un gruppo dal nome Siberia... strano nome... da dove nasce?
R.: Risposta breve: dal libro di Nicolai Lilin "Educazione Siberiana", che parla della criminalità organizzata russa negli ultimi anni del comunismo. Risposta articolata: in realtà Siberia è un nome che affonda le sue radici nella mia fascinazione per la Russia, una passione di lungo corso cominciata da adolescente con la lettura dei grandi classici di Dostoevskij e Puskin in particolare. Siberia evoca un luogo freddo e incontaminato, dove riflettere e ritornare "primitivi", alle cose che contano veramente. Per questo siamo tutti così affezionati al nome da non averlo voluto cambiare neanche in un momento in cui sembrava la cosa giusta da fare per la nostra carriera, sotto consiglio di alcuni discografici.
D.: A Livorno siete una band molto nota tra i giovani...
R.: Non so, in realtà quale sia la nostra reale portata in questo senso; mi fa piacere però notare che tra coloro che vengono ai nostri concerti ci sono persone molto dissimili tra di loro, da ragazzi cresciuti a "pane e indie rock and roll" come noi, a persone non avvezze normalmente a questo genere musicale, fino anche a uomini e donne di età più matura. Ho e abbiamo sempre puntato a essere ascoltabili dal numero più ampio possibile di persone, senza volerci rinchiudere in una nicchia.
D.: Siete stati accettati per le selezioni di Sanremo Giovani... chance? Speranze? Sarebbe un bel colpo...
R.: Proprio nell'ottica di cui sopra, ci siamo iscritti alle selezioni con la precisa volontà di arrivare al numero più ampio possibile di potenziali ascoltatori. Certo non osavamo sperare di arrivare alla selezione finale, è stata una grande sorpresa, anche perché alle spalle non abbiamo grandi case discografiche. Siamo consapevoli che il carattere "nazionalpopolare" della manifestazione possa far un po' storcere il naso a qualcuno, ma d'altra parte l'obiettivo è quello di arrivare a tutti facendo musica di qualità, o meglio, senza voler essere pretenziosi, la "nostra" musica, quella che scriviamo spontaneamente. Come principale compositore del gruppo, sono conscio di avere mezzi non così ampi da ambire a qualcosa di molto diverso dal pop. Ma se pop deve essere, che sia ben fatto: a questo puntiamo.
D.: Oltre Sanremo, progetti futuri?
R.: Sanremo non è che un occasione in più per farci conoscere e avere la possibilità di calcare scene più prestigiose. Quello che stiamo davvero aspettando con ansia è l'uscita del nostro primo album, che abbiamo nel cassetto ormai da mesi. Sarebbe dovuto uscire a breve, il risultato inaspettato delle selezioni ci ha convinti a posticipare. Ma non vediamo l'ora di condividerlo con tutti.
D.: Avete pubblicato qualcosa o avete in mente di farlo?
R.: Per adesso abbiamo pubblicato un EP, pubblicato in trecento copie ormai esaurite, "Voglio Regalarti Una Fotografia", uscito nel settembre 2014. Il nostro album d'esordio uscirà invece sotto l'egida dell'etichetta milanese MACISTE DISCHI, nel prossimo inverno.
D.: I migliori musicisti secondo il tuo giudizio e quelli che ti hanno più colpito
R.: Negherei un'influenza fondamentale se non citassi Francesco Bianconi dei Baustelle. Il suo modo di cantare mi ha segnato, ma con il tempo sono convinto di aver sviluppato un modo di cantare più energico del suo, dunque di aver trovato il mio stile. Per quanto riguarda il "Pantheon", i miei artisti preferiti in assoluto, a prescindere dall'influenza che hanno effettivamente sulla mia musica, rimangono i Pink Floyd, e i CCCP Fedeli alla linea. I primi trovo che siano riusciti a coniugare alla perfezione l'energia e la potenza del rock con il desiderio di scrivere qualcosa di più complesso, ma sempre comprensibile e non, se mi è concesso il termine, onanistico- come molti altri musicisti "colti" sono finiti per fare. I CCCP sono invece un orgoglio tutto italiano, una band folle e geniale come il loro frontman, di incredibile potenza evocativa, capace di descrivere senza soluzione di continuità gli aspetti più alti e più bassi dell'animo umano.  Tra i miei musicisti favoriti citerei senz'altro anche Nick Cave, cantautore australiano di grande eleganza e dalla fortissima presenza scenica
D.: A Livorno c'è qualche musicista che ti fa "rimanere a bocca aperta"?
R.: La scena livornese ha avuto e ha tuttora molte glorie, ed è quasi impossibile approfondire a dovere la conoscenza di tutti gli artisti meritori. Facendo un nome solo, citerei Luca Faggella, cantautore di grande credibilità e dalla notevole forza descrittiva nelle liriche. Trovo che abbia scritto delle grandi canzoni e che anche la sua voce e i suoi testi siano all'altezza di molti considerati "maestri".
D.: sei molto maturato da quella sera che timidamente fosti mio ospite in Radio... chi è oggi Eugenio ?
R.: Allora ero una persona più serena, senza mezzi termini, ma anche meno consapevole. Ho vissuto alcuni momenti che credo mi abbiano fatto avvicinare all'essere un uomo, più che un ragazzo, e non tornerei indietro. Credo che, avendo avuto una piccola dose di dolore vero, abbia imparato a fuggire quella malinconia che è un po' una posa per molti che si danno a professioni creative. Nelle mie canzoni spesso c'è tristezza, c'è sofferenza, ma credo ci sia sempre una luce che brilla da qualche parte.