Livorno in musica ieri e oggi: intervista al cantautore Fabio Fantozzi

D: Fabio Fantozzi, chitarrista cantautore, come e quando hai scoperto questa “vocazione”?
R: Nell’adolescenza con gli amici, quando si trascorrevano intere giornate di ozio al mare o in qualche parco pubblico, io ero quello che si portava dietro la chitarra e suonavo e la prestavo. Ero e lo sono forse meno, un pò timido. Difficilmente mi prestavo a soddisfare le richieste degli amici anche se poi cedevo magari al canto di gruppo: “Fammi quella canzone, fammi quell’altra…”. Preferivo sonorizzare a modo mio il momento ozioso. Poi quando mi trovavo da solo con la chitarra… è lì che nascevano le prime cose poi sviluppate, non prima di ascoltare però Neil Young, e di aver acquistato la mia prima armonica e porta armonica.
D: Sei conosciuto come Tozzifan, un modo simpatico per “storpiare” il tuo cognome, sei un onemanband, sul palco da solo...
R: Il nome mi venne suggerito durante le interviste di “Tutti sul Palco” organizzato dal The Cage Club di Livorno. Fa riferimento al personaggio fantozziano kamikaze inventato da Paolo Villaggio: lui come tutti i kamikaze precipitava sul bersaglio nemico conoscendo già il proprio amaro destino. Io come OneManBand faccio lo stesso cercando sempre di colpire il bersaglio, ossia per me il pubblico.
D: Mai fatto parte di una band?
R: Certo. Ho iniziato suonando il basso in una band con alla chitarra Luca Pezzini (ex Tasters), voce Luca Gambardella, batteria Daniele Paoletti prima (ora noto jazzista) e Andrea Ungheretti (ex No Radical Change) dopo. Facevamo l’intero repertorio dei Nirvana e anche pezzi di nostra composizione, naturalmente ispirati a quel sound. E sempre col basso ho fatto parte di altre formazioni per lo più di genere melodia-punk. Invece con la chitarra ho suonato con gli Humanoira, tuttora attivi: con Riccardo Vivaldi chitarra e voce, Davide Variale basso e sinth, Marco Palazzolo batteria.
D: Il tuo possiamo definirlo un cantautorato folk-rock, ottimi testi su una musica semplice e accattivante… soddisfatto di quello che sei riuscito a fare sinora?
R: Sono soddisfatto di quello che ho fatto finora… però ho ancora tanto da migliorare, tecnicamente e artisticamente. I brani da me composti sino ad ora sono frutto delle mie emozioni e legate al mio vissuto. Ogni volta che risuono qualcosa di mio mi piace anche ora, dopo parecchi anni che è stato scritto riesco sempre a ritrovarci la carica emotiva che mi ha spinto a realizzarlo.
D: Progetti futuri? Un cd? Magari qualche concerto dopo che questo maledetto virus ci renderà la nostra vita?
R: Sto lavorando a dei pezzi nuovi con i quali sto sperimentando parti elettroniche sempre mantenendo la forma onemanband. La mia ricerca attuale, infatti è volta a far convivere il mood del cantautore con le nuove sonorità sperimentali che animano la scena underground attuale. Superato questo momento di emergenza, che limita il live degli artisti, spero in un futuro a breve di poter tornare on the road con le mie nuove produzioni.
D: E del tuo impegno come roadie degli Appaloosa che mi dici?
R: Sono stato fortunato ad avere avuto questa opportunità di crescita. Mi sono formato musicalmente ed anche umanamente durante questo periodo, passato a stretto contatto con amici oltre che musicisti quali Marco Zaninello e Niccolò Mazzantini, e poi Diego Ponte, Enrico Pistoia, Simone Di Maggio, Dyami La Cha Young, Luciano Turella, Michele Ceccherini, Luca Leone. Ho visto un numero di band infinito suonare in ogni tipo di situazione, e situazioni improbabili diventare luoghi di concerto dove i musicisti non si risparmiavano mai dal trasmettere tutta l’energia possibile. Abbiamo condiviso le giornate e i luoghi, con chi per quel giorno era il promoter o soltanto un amico che avesse un po’ di tempo da perdere ed un domicilio da condividere per promuovere e sostenere la passione per la musica. Un’esperienza, imperdibile per chi vuol far musica secondo me, che mi ha forgiato e mi ha dato un bagaglio tecnico artistico inestimabile. C’è chi lo fa con la scuola, con l’ Erasmus io l’ ho fatto al seguito di una band dal profilo punk.
D: Hai girato tutta l'Europa, moltissimi palchi, eppure penso che una realtà musicale capillare come c'è a Livorno abbia ben pochi riscontri; come mai allora difficilmente si riesce ad andare oltre i confini dei Macelli e Piazza Roma? Che ne pensi in proposito?
R: Come prima cosa c’è bisogno del desiderio da parte di una band di superare i confini. A questa voglia magari scaturita a sua volta dalla voglia ancora più forte, di voler dire qualcosa che magari in casa propria non viene capita, segue l’atto di prendere ed andare, organizzarsi, magari non prima di essersi un minimo preparati in sala prova, di esser felici di aver registrato “in studio” qualche brano, di aver trovato qualche contatto “oltreconfine” dagli amici degli amici più grandi… e aver controllato i livelli dei liquidi del furgone. Ora a differenza di qualche anno fa quando non esisteva internet, è anche più facile.
D: Fabio quali sono i tuoi punti di riferimento, musicalmente parlando?
R: Sono stati tantissimi: Sonic Youth, Nirvana, Melvins, Neil Young… devo un po’ aggiornarmi.
D: Rimorsi e rimpianti accompagnano la vita di ognuno di noi, quale il tuo cruccio più grosso?
R: Ho sempre desiderato pubblicare un disco che rispondesse appieno al mio concetto di far musica, il tempo vola ma nonostante qualche precedente pubblicazione, non demordo e sto lavorando su nuove idee in questa direzione. Tour, ed etichette, quando c’è l’idea non tarderanno a venire.
D: Chi è oggi Fabio Fantozzi alias Tozzifan?
R: Ho un po’ di ritrosia a definirmi un cantautore, forse per il grande rispetto per chi lo fa e lo ha fatto in maniera efficace fino ad ora, unendo musica e poesia. Mi piace pensarmi come un “manipolatore” di emozioni attraverso la mia musica, nel tentativo da “piccolo” kamikaze di colpire e “affondare” il fruitore dei miei pezzi.