Livorno in musica ieri e oggi: intervista al chitarrista Enrico Celanti

  • Pubblicato: Sabato, 13 Giugno 2020 10:52
  • Scritto da Massimo Volpi

D: Tutto ebbe inizio nel lontano 1961 in una cantina del quartiere popolare Sorgenti, quasi per gioco quando nacquero “I Giaguari”.
R: Sì, eravamo affascinati dai vari Paul Anka, Celentano, Dik Dik, Neil Sedaka e tutta la produzione di quel genere di quel tempo.
D: Anche se inizialmente il vostro nome era Bruno e i suoi Rockers... e poi in I Marajà... che ricordi hai?
R: Ricordo che avevamo tanta voglia di suonare (pur con molti limiti evidenti), di metterci in mostra insieme ai gruppi di quel tempo. Scopiazzavamo i successi dei nostri idoli di allora come potevamo. Ai tempi dei “Marajà” facevamo ballare al circolo “La Rinascita” di Via Provinciale Pisana. Tre canzoni noi e tre il Juke Box.

 


D: Finalmente nel 1962 i Giaguari prendono il loro nome definitivo che onoreranno per cinquanta anni... raccontaci.
R: Erano tempi di miseria vera e comprare uno strumento non era cosa da poco. Io per esempio per comprare la prima chitarra acustica (usata), vendetti un libro di elettronica della Hoepli che mi ero comprato per la scuola. In seguito così più o meno fecero anche gli altri, ricorrendo a pacchi di cambiali che i “babbi” firmarono da “Pietro Napoli”. Nacquero allora “I Giaguari” perché a quei tempi andavano molto di moda i nomi di animali. I Lions, I Dick Dick, I Camaleonti…
D: Nel 1966 iniziate a diventare famosi: il signor Roberto Trebbi, proprietario dell'allora famoso e prestigioso Tennis Club Il Caminetto di Tirrenia, vi ingaggia per una interminabile serie di serate... la collaborazione infatti durerà fino al 1975! Tempi magnifici immagino...
R: Realizzammo a quel tempo un sogno che ci cambiò anche dal punto di vista musicale. Tieni conto che, come strumentisti, nessuno di noi, chi più chi meno aveva doti eccelse. Tutt’altro. La nostra forza era il gruppo. Ci buttammo a capofitto nel genere cosiddetto “sala”. Il nostro compito primario era di far ballare la gente possibilmente usando le canzoni del momento. E sempre di più ci appassionammo a farlo.
D: Al Caminetto avete lavorato al fianco di artisti come Mina, Surfs, Rockes, Michele, I Nomadi, Mia Martini, Equipe 84, Fausto Leali... una bella soddisfazione...
R: Sì, furono anni fantastici e indimenticabili densi di soddisfazione. Il grande Roberto ci dette la possibilità di suonare in parallelo con questi grandi personaggi. A quei tempi avevamo il difficile compito di sostituire nel panorama del Tennis il Complesso de “I Satelliti” che nel frattempo erano andati a suonare con Ricky Gianco. Visto il lungo periodo di permanenza al Tennis Club credo che riuscimmo a soddisfare il pubblico perché Roberto, se non eri all’altezza del compito, non ti avrebbe permesso di esibirti.
D: Gli anni '60 terminarono, molti gruppi beat si sciolsero, ma non i Giaguari, che hanno dato l'addio alle scene solo l'ultimo dell'anno 2010... qual è stato il segreto di tanta longevità?
R: Con l’avvento del genere cosiddetto “liscio” molti gruppi si schifarono di questa musica e, piuttosto che suonarla, preferirono abbandonare. Noi no; avevamo come obiettivo di far ballare la gente e decidemmo di provare questo tipo di musica con lo stesso entusiasmo di sempre. Devo dire che fu una mossa vincente perché per molti anni restammo uno dei pochi gruppi in Toscana a battersi (si fa per dire) contro i più blasonati romagnoli.
D: Spesso come cantante avete scelto una donna: dalla prima Maria Grazia Zedda alla famosissima Manuela e altre ancora... un qualcosa in più... un valore aggiunto.
R: Come ricorderai, nel genere liscio era quasi d’obbligo una ragazza come cantante e come figura sul palco. A quei tempi era difficile trovare una ragazza che avesse la voglia e le qualità minime per fare la vita che facevamo; prove infrasettimanali, fine serate con rientri molto tardi, carico, scarico di una moltitudine di strumenti etc etc. Per una ragazza era complicato. Sicuramente abbiamo avuto fortuna specialmente nella prima parte della fase “liscio”. Abbiamo avuto molte ragazze brave di persona e di mestiere. Qualcuna sicuramente meno e sono proprio quelle che hanno creato problemi; tutte comunque hanno creato quel valore aggiunto necessario al proseguio dell’attività.
D: La serata dell'ultimo dell'anno 2010 è stata la vostra ultima apparizione sulle scene... immagino che vi abbia preso un po' di commozione... non era proprio possibile continuare?
R: Quella sera fu l’epilogo di una situazione che si trascinava da tempo all’interno del gruppo. Come sai nella prima decade del secolo cominciarono a uscire le basi, i locali cominciarono a optare per gruppi sempre più piccoli per risparmiare costringendo i gruppi come il nostro a scegliere se “ristrutturarsi” o a esibirsi per pochi soldi. All’interno del gruppo fino ad allora, quasi tutti dichiaravano di suonare per “passione”, alla fine i più suonavano per i 50 euri a serata. La componente femminile fu determinante ad accelerare queste differenze. Gente come il sottoscritto che aveva sempre anteposto l’amicizia e il gruppo alla parte economica, non poteva accettare di suonare, quando in due, quando in tre magari aspettando che qualche locale, pagando per un’orchestra intera, ti permetteva di suonare tutti insieme. Alla fine il dio denaro aveva vinto come sempre.
D: Te hai sempre suonato la chitarra: quali sono i tuoi chitarristi di riferimento, quelli ai quali ti sei ispirato?
R: Più che dire mi ispiravo, diciamo quelli che preferivo erano i vari Eric Clapton, Mark Knpfler, Jimi Hendrix, Carlos Santana, Jimmy Page, Keith Richards ed altri. Il genere che facevo non mi permetteva di inserire, ammesso e non concesso di esserne capace, simili tecniche nella musica che facevamo. Nell’ultima parte della storia poi era già tutto registrato all’interno dei brani per cui, se inserivi qualcosa dovevi stare molto attento a non configgere musicalmente con la parte registrata.
D: Hai suonato per tanti anni in ogni dove, a Livorno ma anche in tutta Italia... con il tuo gruppo hai visto passare mode e suoni diversi... che differenze ricordi nel presentarsi al pubblico?
R: Le differenze non sono abissali. Certamente quando suoni in uno stadio come quello seppur piccolo di Cecina dopo o prima di Fausto Leali e Patty Pravo un po’ di strizza ti viene. Oppure quando alle gare di ballo regionali a Firenze dove la giuria prima dell’esecuzione del brano ti fa provare per stabilire il tempo giusto, ti viene l’ansia. Poi passa tutto e i ricordi si fanno sempre più belli. Ma comunque, ogni volta che eseguivi un brano nuovo e lo ponevi all’attenzione del pubblico era sempre un esame che sostenevi.
D: Da quel 31 dicembre 2010 non hai più suonato in pubblico?
R: No, ritenevo allora che, oltre alla passione per la musica, fosse determinante l’amicizia come collante. Oramai per alcuni di noi era diventato esclusivamente un fatto di denaro. La musica era marginale perché aveva perso la sua vericidità. Tutto era già pronto, campionato. Non avevo più stimoli. Non avevo la volontà di cercare nuovi amici (alcuni di quelli con cui ho suonato per anni erano amici quasi d’infanzia).
D: Chi è oggi Enrico Celanti?
R: Oggi è un anziano signore malandato in pensione che saltuariamente segue i gruppi di oggi che fanno musica dal vivo, e ce ne sono di bravi. Non ho nostalgie significative se non degli avvenimenti di un tempo ricordato da qualche video o da qualche foto.

 

 

  

  

 

  

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