Livorno in musica ieri e oggi: intervista al chitarrista Giorgio Taurasi

  • Pubblicato: Lunedì, 08 Febbraio 2021 16:30
  • Scritto da Massimo Volpi

D: Giorgio Taurasi chitarrista... immagino un amore per la sei corde nato fin da bambino…
R: In realtà non è andata proprio così, la vera irrefrenabile passione è iniziata durante il periodo dell'adolescenza. Prima di quel momento fui avviato allo studio della musica ma, essendo per natura un po' ribelle, non volli dare continuità a ciò che mi veniva proposto dai genitori, inoltre per il contesto socio-culturale al quale appartenevo lo studente di musica poteva essere oggetto di sgradevoli attenzioni, bullismo incluso.
D: Attualmente fai parte del gruppo Basaglia's Concept Quartet, ottimo gruppo, ottimi musicisti, poi il nome è tutto un programma... come nasce questo "complesso"?
R: Nasce... dall'autoanalisi! Ovviamente scherzo, ma fino ad un certo punto, mi spiego: con l'amico e bassista Diego Persi Paoli scriviamo e proviamo i nostri repertori con un approccio che mobilita la nostra massima capacità di concentrazione fino a quando, oltrepassato questo limite, ci troviamo in una dimensione in cui si sperimenta una sorta di inerzia nel proprio modo di suonare, a quel punto si operano i necessari aggiustamenti attraverso l'ascolto reciproco, si fissano nero su bianco le idee più felici, apriamo la prova al quartetto (gli amici e ottimi professionisti Mirco Pierini, tromba/flicorno e Sergio Consani, batteria) e il processo riparte senza mai chiudersi definitivamente, la spirale potrebbe essere il nostro logo. Durante questa attività accade che ci facciamo delle grandi risate, ci prendiamo in giro senza pietà e continuiamo a farlo anche durante la cena che dopo condividiamo. Insomma, il lavoro consiste nell'entrare ed uscire da dimensioni molto diverse tra loro e questa dinamica ha il segno della follia, questo rito creativo ha qualcosa di sciamanico e, ripeto, divertente! Ovviamente, dato che le cose non vengono sempre come vorremmo, attraversiamo anche forti momenti di frustrazione, fatica e talvolta ci domandiamo perché lo facciamo con la mente al nostro conto corrente. Lì abbiamo la conferma che qualcosa in noi non funziona davvero ma poi ce ne freghiamo... Da pazzi, no?

Basaglia's Concept Quartet (Giorgio Taurasi, Mirco Pierini, Diego Persi Paoli, Sergio Consani


D: Difficile etichettare (che non è mai bello) il vostro sound… chitarra, basso, batteria, tromba e flicorno... fusion può andare bene?
R: “Nu Fusion” forse calza meglio, ma non ne siamo sicuri nemmeno noi. Certamente siamo attratti dalle mescolanze timbriche offerte dalla natura dei nostri strumenti, le relative combinazioni e integrando il tutto con quanto l'attuale tecnologia analogica ci mette a disposizione. Non siamo più dei ragazzi e il digitale è per noi un mezzo per guidare l'analogico, non il fine. E poi ci piace giocare un po' con i generi musicali, ricombinarli tra loro, spesso ironizzare su certi stilemi. Questo modo di procedere però non frammenta mai il nostro sound, ciascuno di noi ha infatti una specie di campanello di allarme al riguardo e poi ve lo immaginate se Mirco si azzardasse a fare un solo in stile messicano? Lo bullizzeremmo ferocemente per il resto della serata! Anzi degli anni a venire!
D: Prima dei Basaglia's hai fatto parte di altre band?
R: Sì molte, dal duo alla Big Band e devo dire che questa è stata una palestra molto bella ma oggi credo che il quartetto sia la migliore formazione; ha il pregio di essere snello e, osservando certi accorgimenti, permette di non rinunciare alla dimensione orchestrale. Vorrei aggiungere una cosa, chi fa questo lavoro spesso si trova a collaborare con colleghi che a volte vede solo per l'occasione del concerto e ovviamente di un paio di prove prima di quest'ultimo; in un certo senso è il repertorio che stabilisce l'ensemble, il repertorio lo “si studia a casa e da piccoli”, così si dice, il resto è un assestamento del gruppo cui segue la performance e poi ti saluti, non è il massimo sinceramente. In altri casi accade che il numero di prove e dei componenti dell'ensemble sia stabilito dal compenso che la committenza mette a disposizione e la cosa acquista un sapore ancora più amaro. Lo dico perché alla fine di tanti gruppi in cui hai militato, quelli veri, quelli in cui hai sviluppato il tuo percorso con soddisfazione professionale, continuità, amicizia, rispetto e crescita reale in un arco di tempo significativo sono pochi, pochi ma buoni.
D: Quali sono i tuoi punti di riferimento, i tuoi mostri sacri, i chitarristi che imitavi davanti allo specchio?
R: Davanti allo specchio non credo di aver mai imitato nessuno salvo qualche espressione buffa di Totò che adoravo, ma chiuso in camera mia quando ero ragazzo e nel mio studio poi, ho amato e amo ancora Frank Zappa e Pat Metheny. Loro sono come due rette parallele, non si incontrano mai date le loro notevoli differenze ma per me sono come due binari; due binari che mi permettono ancora oggi di viaggiare senza deragliare. Probabilmente la mia latente bipolarità è data anche da questa strana sintesi stilistica che io stesso fatico a comprendere.
D: Questa pandemia ha "troncato le gambe" a tutta l'arte in genere, ancora di più alla musica che senza il contatto con il pubblico perde molta della sua essenza, del suo dare e ricevere emozioni... sapremo riprenderci e tornare a suonare e ascoltare concerti?
R: Me lo auguro con tutto il cuore, mi auguro che l’ascoltatore ritrovi la sua identità e non si senta appagato dal surrogato del concerto proposto dal mondo digitale. Mi auguro anche che, di conseguenza, il musicista non atrofizzi il suo profilo artistico diventando una specie di programmatore di App con cui regalare (anzi vendere), l’illusione di poter della musica in solitudine, ognuno da sé.
D: Progetti futuri?
R: Curarmi di questo gruppo, osservarne lo sviluppo, mantenerne l’equilibrio, raccogliere i dati salienti e alimentarne lo spirito. Fare questo, per chi è un po’ folle, rappresenta un orizzonte… Anzi una cura. Se poi questo porterà a qualche risultato di più ampio respiro progettuale (leggi soddisfazione economica o mediatica) meglio ancora, accoglieremo tale risultato come un positivo riflesso del nostro essere musicisti.
D: Livorno e la musica, Livorno città della musica... centinaia e centinaia di band sono nate nella nostra città, moltissimi ottimi musicisti intercalano con il dè... eppure... cosa manca per fare il salto di qualità?
R: Manca l’attenzione di coloro che, in qualità di organizzatori di eventi, dovrebbero saper cogliere i segni più genuini del patrimonio culturale cittadino. È un dato che essi siano oggi del tutto privi di quel tratto intellettuale proprio di coloro che, secondo le categorie spinoziane si potrebbero definire come conoscenze di terzo genere e cioè quelle che si nutrono delle intuizioni, della penetrazione immediata nell’essenza delle cose. Ora, se il musicista ha il dovere di interagire con la materia della sua arte, plasmarla, rendere significativo il proprio linguaggio, porre un interrogativo al suo ascoltatore, condurlo in un’altra dimensione e insieme a lui ricordare che le cose possono essere osservate da infiniti punti di vista allora chi organizza l’evento ha il dovere di creare le condizioni che facilitino questo processo artistico e lo veicolino positivamente orientando così i gusti del pubblico verso l’operato del musicista. Ha inoltre, una volta registrato il feedback dei suoi diversi interlocutori, il dovere morale di documentare il proprio operato rendendolo disponibile a colui che ne raccoglierà l’eredità ma questo a mio avviso non accade e spesso il musicista deve sostituirsi all'organizzatore senza averne però le competenze. Ecco dunque uno dei problemi che tutti abbiamo sotto gli occhi: un ingranaggio che gira vuoto spinto anche da sentimenti non sempre proprio nobili che alla lunga sfibrano e logorano le persone, gli ensemble. La classica guerra tra poveri, tra ruffiani, è quanto di peggio serva alla nostra città alla nostra musica.
D: Tutti noi abbiamo il rimpianto di non essere saliti su quel treno che ci stava addirittura aspettando, musicalmente parlando, dove andava quel tuo treno?
R: Non ho mai pensato in termini di treni come occasioni mancate perché alla stazione di treni e quindi di occasioni ce ne sono molte. L’importante è avere in una mano un biglietto per salire e nell’altra, se ne senti il bisogno, il denaro per scendere alla prima stazione e acquistarne un altro e proseguire verso la destinazione che scegli, ecco tutto. Non ho rimpianti, sono un curioso spettatore della mia vita, anzi, ne sono un ascoltatore attivo.
D: Chi è oggi Giorgio Taurasi?
R: Un folle sotto mentite spoglie, una persona a suo modo fortunata.

  

  

 

 

  

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