«Per poco non nacqui a Piandelfumo, una frazione di Tizzano nell’alta Val Parma dove mia madre, immigrata olandese, era sfollata in una casettina di pietra per sfuggire all’afa della pianura, nell’agosto del millenovecentosessantadue. Sotto a un enorme luna piena scese in taxi nella notte fra il quattordici e il quindici, per mettermi al mondo agli Ospedali Riuniti del capoluogo alle sette del mattino, sotto al segno del Leone nell’anno della Tigre, Ferragosto e Assunzione della Santa Vergine.
Il modesto gene della pittura mi venne dal babbo, bolognese, figlio di monte e di pianura essendo i suoi per parte di madre di San Giovanni in Persiceto, e di Granaglione per il lato del nonno, con remote radici pistoiesi. Forse per questo provai sempre un forte tropismo verso la Toscana che, combinato alla parte mia materna, batava, e ad una breve permanenza di trent’anni ad Amsterdam, dovette condurmi fatalmente ad abitare a Livorno: luogo che ne rappresenta con ambivalenza varie componenti fondamentali.
Per quanto non indispensabile concausa, l’aver perso tutto mi accomuna a molti avventori del mio bar dell’angolo, a Torretta, dove partecipo all’etilismo e alle vite degli altri, come consueto - a chi se ne voglia interessare - in un posto in cui i propri fatti vengono raccontati volentieri a chiunque, senza coscienza o rispetto per discrezione alcuna o pudore di sorta. Condivisione aperta e senza malizia, che conduce sempre a concludersi con la frase: “de'… ma un si beve?”.
La scena si svolge all’incrocio di una strada e di un canale coperto di asfalto, con un alternarsi di terreni abbandonati, fabbriche morte, di binari merci per il porto industriale, di case sopravvissute ai bombardamenti e di quelle casermone che si fecero al posto delle macerie. Dal lato del tramonto passano le navi enormi, lentamente inarrestabili con folate di fumi neri, oli pesanti e sottili polveri maligne. La luce meravigliosa alterna momenti in cui tutto sembra affrescato ad altri in tinte oleose. Finito il tempo delle piogge il cielo si azzurra solido per mesi e mesi di caldo e poi, nelle mezze stagioni, ogni giorno tramonti mozzafiato. A volte libeccio, altre soffia di terra.
Il colore locale si distingue in quello odierno e quello eterno. Poi quello pittorico che li racconta, soggettivo, alternato, chissà come: somma di tantissime minime scelte, certo mai arbitrarie, forse dettate dal caso galeotto, pur sempre nate da uno sguardo».
Sabato 30 maggio 2026 alle ore 18.30
La mostra resterà visitabile fino al 13 giugno 2026 con orario:
10.00–12.00 | 18.00–20.00
(esclusi la domenica mattina e il martedì)
Ingresso libero.












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